Sandro Malucchi.
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Il silenzio ostinato dei traditori.
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2021. Eccoci Edizioni, Prato, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Andrea Solimani  uno dei tanti licenziati del settore produttivo tessile pratese a seguito della crisi del 2008. Durante i lavori della loggia massonica a cui  iscritto riceve una proposta di lavoro da parte di un fratello titolare di un Istituto di vigilanza.
Nella nuova veste di sbirro privato a nero, assolve piccoli incarichi di apprendistato investigativo, finch scocca il suo tempo di sfida: un passo a due tra l'alta tensione di un'indagine su omicidi rituali che avvengono nella comunit cinese di Prato e gli agguati dal profondo di insospettate zone d'ombra della sua esistenza.
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L'AUTORE.
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Sandro Malucchi  sociologo e sindacalista e nasce nella provincia di Livorno un giorno prima della promulgazione dello Statuto dei lavoratori. Attraversa da bambino gli anni settanta respirando l'aria della provincia toscana avendo residenza a Grosseto.
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Il silenzio ostinato dei traditori.
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INDICE.
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1. Il fratello comunista.
2. I due amici.
3. Un regolare contratto in nero.
4. Alcuni errori ricorrenti.
5. Un omicidio nella comunit cinese.
6. Un caso umano.
7. La pi grande vittoria.
8. L'importanza dell'esca.
9. Un altro lavoro lontano da casa.
10. Le truffe dell'avvocato.
11. La mafia cinese non fa prigionieri.
12. La riscossione.
13. Una violenza psicologica.
14. Le bare in fabbrica.
15. Una risata vi seppellir.
16. Uno stato di inquietudine costante.
17. La morte  un atto rivoluzionario.
18. L'antropologa.
19. La triade.
20. Divampano le fiamme.
21. Un altro omicidio.
22. In punta di piedi.
23. La grande piramide nella piazza del Duomo.
24. La trappola di Carmen.
25. Tempo perso.
26. Un evento fortunato per la comunit?
27. Un interesse materiale
28. Manca un tassello.
29. Il disagio dell'ex moglie.
30. L'angelo silenzioso  in pericolo.
31. I traditori escono dal buio profondo.
32. Il silenzio ostinato dei traditori.
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Fine INdice.
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1. IL FRATELLO COMUNISTA.
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Il maestro delle cerimonie si avvicin alle tre candele montate su tre distinti candelabri di antica fattura. Il secondo sorvegliante pronunci la consueta formula: "Che la luce resti nei nostri cuori" e appoggi lo spegnitoio di ottone sul primo lume. Ripet la stessa azione sul secondo, gi tremolante per il movimento dei quattro maestri nelle immediate vicinanze. Il primo sorvegliante aveva appena terminato di proferire la frase: "Che la luce della bellezza resti nei nostri cuori".
Il maestro venerabile, infine, con voce impostata e tono volutamente artefatto, scand l'ultima formula rituale: "Che la luce della sapienza resti nei nostri cuori".
Venne cos meno anche l'ultimo chiarore nella sala. I tre massoni aggirarono in senso orario i tre lumi appena spenti, che emanavano l'odore rotondo e grasso della cera sciolta, e andarono a sedersi sui propri scranni. Leggermente elevati rispetto al resto dei posti - ampiamente occupati dai fratelli maestri, compagni e apprendisti - guardarono i fratelli con trasporto rituale e teatralit. Solo allora il maestro venerabile, con voce ancora pi solenne, dichiar conclusi i lavori e pronunci la frase di rito: "Fratelli, separiamoci in pace".
Il maestro delle cerimonie premette un interruttore al lato della porta della sala del tempio che si illumin. Fece infine uscire, in ordine di grado, i venticinque fratelli apprendisti, compagni e maestri della loggia Uguaglianza e Lavoro all'Oriente di Prato. Solo allora, con la tornata massonica giunta alla fine, il maestro segretario e tesoriere, con fare discreto, mi avvicin. Ero intento a togliermi la palandra nera che copriva gli abiti affatto eleganti quando inizi a parlarmi. "Abbiamo gi votato, in camera di maestro, il tuo passaggio da compagno a maestro" - disse preciso prima di aggiungere, senza interruzioni: "Tutte palle bianche e scene di giubilo per la tua elevazione al grado superiore; ma rimane aperto il problema delle capitazioni. Devi pagare quella dell'ultimo semestre e senza quella non danno il nulla osta da Roma. I maestri ti ritengono spiritualmente pronto...". Lo sguardo del maestro tesoriere sembrava annacquato ma rimaneva fermo sul mio in una fissit severa.
"Nessun problema" - risposi provando a sorridere. "Domani, di levata, vado in camera del lavoro e vedrai che mi danno l'assegno.  un po' che aspetto ma stasera mi hanno chiamato. L'INPS ha pagato le tre mensilit e la liquidazione e...". Il maestro tesoriere mi interruppe con un gesto della mano che mi invitava a fermarmi. Stavo illustrando con una punta di foga, forse per nascondere l'imbarazzo del moroso, il senso della mia rinnovata tranquillit dettata dalla notizia che il fallimento della azienda tessile, in cui avevo lavorato, era stato riconosciuto come tale. Quindi potevo accedere alla copertura economica di parte degli arretrati grazie all'intervento dell'ente previdenziale.
"Non mi devi spiegare niente" - disse ormai rassicurato dalle mie parole l'anziano fratello maestro tesoriere. "L'importante  che ti metta in pari con le quote da versare all'istituzione" - concluse rapido per cambiare argomento.
"Andiamo a mangiare, che i fratelli apprendisti hanno gi predisposto la tavola. A proposito, che ti  parso della relazione presentata dal maestro primo sorvegliante sull'integrazione dei cinesi?".
Fu talmente diretto da sorprendermi e mi venne spontaneo prendere tempo con una domanda: "Quella di stasera o quella di tre tornate fa?".
Il maestro tesoriere sorrise senza sarcasmo. Il sorriso non coinvolse gli occhi che rimasero due fessure da cui mi sentivo scrutato. Subito ripresi, pi serio. "Non ho versato argenti quali obolo, e non per ristrettezza economica ma perch poco soddisfatto dalla paga della giornata".
Adottando il linguaggio muratorio, tanto caro ai massoni, mi sentii coperto nella manifestazione della mia insoddisfazione, direi fastidio, con cui ero stato costretto ad ascoltare una relazione del maestro primo sorvegliante costruita su ipotesi di inconciliabilit tra la cultura italiana e quella cinese. Un'ipotesi di scontro di civilt latente secondo me indimostrabile ma soprattutto carica di odio verso l'alterit etnica. Un'accozzaglia di teorie eugenetiche superate dalla storia ma ancora vive nelle menti della maggior parte dei cittadini di Prato, centro urbano e distretto industriale decimato dalla crisi internazionale. Era invece opinione diffusa che gran parte della responsabilit della crisi economica fosse dovuta alla presenza di una comunit cinese oltremodo vivace, poco incline all'ordine e, di conseguenza, al rispetto delle norme italiane. Dirmi insoddisfatto della paga della giornata significava avere
considerato la discussione sul tema non esattamente in linea con le mie aspettative. D'altra parte, non avevo chiesto la parola e non avevo quindi contribuito alla costruzione di alcunch, pur nella condizione di dover utilizzare la dialettica misurata e mai aperta al contraddittorio delle discussioni massoniche. Avevo quindi poco di cui lamentarmi.
"Ti vuole parlare il fratello Danilo, a proposito della paga giornaliera" - mi esort il maestro tesoriere. Qui il suo sorriso si fece asciutto ma cortese, carico di benevolenza. Non feci in tempo a replicare che Danilo mi sorprese alle spalle.
"Vero. Magari non qui, perch ora ho fame, ma domani in ufficio da me alla Global Security. Direi alle dieci. Avrei dovuto avere una riunione ma il Questore l'ha rimandata tre ore fa. A data da destinarsi. Oggi per domani. Maledetti statali burocrati".
Ottimo, pensai. Stasera sono al festival del luogo comune. Prima mi sono sorbito la teoria dei cinesi che puzzano di fritto, ora quella degli statali fannulloni. Magari prima di andare a letto si scopre che non esistono pi le mezze stagioni - mi limitai a bofonchiare.
"Meglio alle dieci e mezzo, perch devo passare dalla camera del lavoro alle nove e non so se..." - dissi prima di essere prontamente interrotto. "Comunista, lo sapevo che eri comunista. Ma per noi frammassoni conta l'amore che ci unisce nella ricerca spirituale. Se sei comunista non mi interessa. Peggio per te. Domani alle dieci e mezzo mi va bene. Vorr dire che mi intrattengo un po' di pi con Carmen, la mia segretaria che ti far conoscere domani" - dichiar strizzandomi l'occhio come si fa da ragazzi, per cercare quell'intesa che deriva da un'avventura gi vissuta e che ci accomuner per tutta la vita.
Anche se non avevo avuto alcuna esperienza comune da ricordare, quell'occhiolino mi fece sentire un po' di calore all'altezza delle ginocchia. Quel calore che generalmente provo quando mi sento a mio agio, banalmente ammantato da una gioia leggera e fanciullesca.
Ci dirigemmo quindi nella stanza delle libagioni, una sala aperta e apparecchiata con cura mascolina. Era stata addobbata senza fantasia ma appariva essenziale. Mi trattenne sottobraccio e capii che per Danilo non contava che potessimo avere idee politiche diverse o contrapposte. Contava quella nostra comune esperienza esoterica, quel far parte di una comunit di uomini curiosi e incuriositi da teorie spiritualistiche
strampalate ma affascinanti. Ci accomodammo a tavola e non facemmo pi riferimento all'appuntamento del giorno successivo, n alle nostre idee politiche. Parlammo fino a tardi dei misteri di Eleusi, citt alle porte di Atene oramai dimenticata, teatro di riti antichi inneggianti alla rinascita della natura e all'immortalit dell'anima. Anche quella sera non toccai il calice che, posto di fronte al mio piatto, conteneva tre dita di vino.
Erano due anni, quattro mesi e tredici giorni che non bevevo e festeggiai l'evento con un pensiero funesto sulla brevit dell'esistenza.
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2. I DUE AMICI.
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Alle nove in punto ero di fronte al responsabile dell'ufficio vertenze del sindacato, nella sede della CGIL di Prato, in piazza Mercatale -una delle piazze medievali pi grandi d'Europa ma soprattutto centro nevralgico della movida cittadina. Si trattava, per la verit, di una movida a singhiozzo, dal gioved al sabato sera e mai oltre le tre di notte. E proprio a quelle serate passate nei locali della piazza stavo pensando, quando il sindacalista termin la telefonata con un poco poetico argomento.
"Se non dispiace a te, dottoressa Coppola, fare una figura di merda in direzione territoriale del lavoro, figurati a me di fartela fare!".
Ecco, sai che umore avr, pensai. Non si sono neanche salutati.
"Toh, questo  l'assegno!" - esord sgradevolmente, porgendomi una busta e una fotocopia del suo contenuto da firmare per ricevuta.
"Lo sai vero che devi il 10% per le spese e per l'avvocato?" - aggiunse disinvolto, indossando un paio di occhiali da presbite del tipo che si acquistano in farmacia e dalla fantasia decisamente poco virile. Un improbabile connubio di arancione e viola, con striature verdoline, incorniciava i due occhi furbi e stanchi del quasi sessantenne sindacalista. Controll, dunque, che firmassi nella parte riservata e poi, didatticamente, continu. "E bada bene che non paghi il resto, perch  una vita che sei iscritto".
Vedi che  servito a qualcosa essere iscritti alla CGIL, pensai beffardo. S, perch ero l'unico impiegato dell'azienda ad aver preso quella tessera. Gli operai invece erano quasi tutti iscritti, e la quasi totalit al mio stesso sindacato. I miei colleghi amministrativi, al contrario, non davano mandato di rappresentanza - dicevano cos i pi colti fra questi - perch non ne avevano bisogno. Era una loro idea, neanche troppo originale nell'epoca dell'individualismo e nei tempi feroci dell'arida rincorsa verso la competizione economica.
"Perch? Le tariffe sarebbero state diverse?" - domandai rigirandomi in mano l'assegno.
"Se vai da uno di quelli imparaticci, di avvocati intendo, non ne cavi un ragno dal buco. Poi, con la parcella, te lo fanno cos grosso che dopo  come tirare un salame in un corridoio".
Immagine delicata per sostenere di aver fatto una buona scelta a rivolgermi al sindacato invece che affidarmi ad un legale? Credo che il mio sguardo facesse trasparire il mio pensiero, perch il sindacalista, che non a caso si chiamava Lupo, aggiunse: " un mondo sempre pi infame. L'INPS le inventa nere per non pagare o ritardare il pagamento, o differirlo nella speranza che l'avvocatuccio crolli e molli la presa. Anche l'INPS ha un bilancio sempre pi difficile da far quadrare. Siamo alla canna del gas".
Anno 2013, Prato, periferia dell'impero, zero prospettive e tanta rabbia in giro.
"Anche tu" - continu Lupo - "guardati; hai 42 anni, un'azienda fallita e un futuro farlocco. A 42 anni che pensi di fare? Non sei vecchio a sufficienza per andare in pensione, n sei abbastanza giovane per darti un futuro".
Lo guardai piegando la testa a destra e scandii una promessa. "Ma sono abbastanza giovane da scoparti la moglie e farla urlare come mai ha fatto".
Si alz di scatto dalla poltroncina rossa, rapidamente aggir la sua scrivania grigio chiaro e mi abbracci. "Ciao Andrea,  bello saperti con un po' di soldi in tasca. Dai che ti offro il caff. E pago io che almeno una pensione per campare ce l'ho".
Attraversammo la sala di attesa che si era rapidamente riempita di donne dell'est e pakistani, italiani pi o meno giovani e un paio di ivoriane che gi conoscevo. Tutti accomunati da una parola che era possibile leggere sulle labbra di ognuno: lavoro.
Il bisbiglio che accompagn il nostro passaggio mi imbarazz. Quelle persone erano in attesa di incontrare il responsabile dell'ufficio vertenze che invece lasciava il suo posto per uscire con me. Dovevo essere identificato come una perdita di tempo. D'altra parte il sindacalista, il mio amico Lupo, svolgeva attivit di volontariato in CGIL e ci lo metteva in condizione di non dover contrattare le sue pause. La libert sta anche nel lusso di non dovere chiedere il permesso di esistere secondo i propri ritmi.
"E con la medicina come va?" - domand girando il manico della tazzina a sinistra, poich mancino. Abbassai lo sguardo sul mio bicchiere di vetro e valutai la schiuma del caff abbastanza pastosa da meritare una girata con il cucchiaino, nonostante mi piacesse amaro.
"Va. Non la tocco pi e credo che sia bene cos" - dissi tutto d'un fiato, come una dichiarazione d'amore fatta da un quindicenne. Del resto si trattava comunque di amore: dell'amore bastardo e cupo per l'alcol.
"Ti ricordi quando ti attaccasti al campanello di casa tua e continuasti a suonarlo per venti minuti? Dai retta, hai fatto bene ad abbozzarla. Non  pi roba per te".
Mi ricordavo qualcosa di quella sera, di ritorno da una cena con i compagni del sindacato. Mi ricordavo il senso di disperazione con cui gridavo il mio nome sotto casa mia per vedere se fossi l perch, sostenevo, non riuscivo a ritrovarmi. Brutti ricordi, e brutti pensieri che scacciai guardando l'orologio affisso alla parete del bar di Paolo. Orologio grosso e con i numeri romani. Le lancette indicavano i numeri X e XI. Mancavano cinque minuti alle dieci. Dovevo andare e lo cap anche Lupo che mise la mano mancina in tasca per tirarla fuori con due euro. Quindi lesse un messaggino che gli aveva fatto vibrare il cellulare e illuminare il volto e poi pag i caff al barista, che sorrise dietro i suoi baffi a manubrio e, come al solito, ci abbon il pagamento dei due bicchieri di acqua fresca. "Ciao Andrea!" "Ciao Lupo!" - ci rimbeccammo separando le nostre strade.
Dieci secondi dopo ero in macchina e in moto verso l'azienda di Danilo, la Global Security. Si trovava all'ingresso est della citt, la parte pi prossima alla vicinissima ed ingombrante Firenze. Nelle immediate pertinenze della Questura notai, come capitava spesso, quanto fosse assediata da una lunga fila di extracomunitari richiedenti asilo, permesso di soggiorno o chiss quale altra diavoleria burocratica imponesse loro un governo riottoso ad accogliere chi spesso non poteva che scegliere la via di fuga. Mi amareggi constatare che in Italia fossero solo gli stranieri a formare una rispettosa ed educata fila di persone, mentre noi autoctoni tentiamo di saltare anche quella indotta dalle casse al supermercato. "Signore, ho solo i dadi per il brodo. Mi fa passare?" - recitai a voce alta, scimmiottando un immaginario cliente di un immaginario supermercato. "No" - mi risposi cantilenando
- "proprio perch hai acquistato solo i dadi potevi startene a casa".
Arrivai cos alla mia destinazione, trovai posteggio quasi subito e raggiunsi il portone d'ingresso del palazzo moderno e a vetri dell'agenzia. Lessi i nomi degli otto campanelli; quattro erano della Global Security. A quale dovevo suonare? Ancora nell'incertezza, suon, al posto del campanello, il cellulare nella mia tasca. Sul display apparve il nome: Danilo.
"Ciao Danilo, sono sotto il tuo ufficio" - risposi con prontezza assoluta.
"Ecco. Non salire. Raggiungimi al bar del museo qui davanti. Carmen te la presento un'altra volta". Carmen? Gi, avevo dimenticato la segretaria con cui si intrattiene il mio fratello massone invece di fare le riunioni col questore. Non presi l'auto, attraversai un paio di strade a grossa percorrenza e mi diressi rapidamente verso il bar del museo d'arte contemporanea - un edificio simile ad un disco volante dorato, in ottone, e soprattutto un'idrovora di finanziamenti pubblici comunali, nonostante porti il nome di un privato, noto industriale del territorio.
Attraversai il cortile del museo, dotato di un anfiteatro, e vidi il fratello maestro Danilo in compagnia di un distinto signore. Stavano seduti in un tavolo appartato del bar.
Con la testa Danilo fece un gesto poco pi che impercettibile ma sufficiente per richiamare la mia attenzione. Mi diressi verso di loro cominciando ad interrogarmi su cosa facesse in compagnia dell'amministratore delegato di una nota impresa pratese, peraltro concorrente della mia vecchia azienda, ormai chiusa e fallita.
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3. UN REGOLARE CONTRATTO A NERO.
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"Come ti dicevo ieri" - fu il bluff introduttivo di Danilo - "il nostro cliente ha bisogno di riservatezza ed attenzione particolari. Beninteso, le garantiamo a tutti; ma per il nostro cliente occorre un supplemento di impegno e la tua ben nota professionalit".
Eravamo gi al punto successivo di una presentazione che fu rapida come una stretta di mano - senza peraltro che fosse stato possibile presentarci proferendo i rispettivi cognomi, essendoci limitati a un "Andrea e a un Luca.
Ebbi subito la certezza che non fosse reciproca la nostra conoscenza. Lui non poteva ricordare un responsabile amministrativo del personale di una delle tante aziende concorrenti, peraltro gi chiusa da un paio di anni. Io, invece, mi ricordavo molto bene di lui. Luca Logli, amministratore delegato della Tessilex, lanificio ancora in cima alla catena alimentare dell'imprenditoria pratese e, soprattutto, membro di spicco del consiglio di amministrazione dell'unione industriali della citt. Quello che non capivo, tuttavia, era quale senso avesse l'assortimento del trio.
Danilo non tradiva alcuna preoccupazione mentre l'amministratore delegato pareva a disagio. Quel luogo, evidentemente, non lo rassicurava, poich guardava continuamente l'ingresso per controllare gli eventuali avventori.
"Forse avremmo dovuto scegliere un ambiente pi neutro di questo bar, per essere pi liberi di conversare. Che ne dite di cambiare location?" - mi venne spontaneo intervenire, con tono rassicurante.
Luca Logli mi guard intensamente negli occhi e sentii il desiderio di non distogliere lo sguardo per imporgli la mia supremazia nel piccolo gioco di potere. Cedette quasi subito, aiutato dalla distrazione proveniente dalle parole di Danilo, che subito lo giustific.
"Credo che tu abbia colto nel segno. Il signor Luca mi stava accennando proprio a questo ma, d'altra parte, siamo qui solo per un incontro informale, sufficiente a scambiarci le informazioni necessarie. Il signor Luca potr cos tornare subito alla riunione di lavoro che ha interrotto pochi minuti fa con il consiglio di amministrazione del museo".
Danilo si alz per porgere la mano all'amministratore delegato, che sembr sollevato nel gesto di stringergliela.
"Buona giornata, dunque; presto le faremo sapere l'esito" - aggiunse, chiosando la comunicazione.
Luca Logli fece un cenno di saluto con la mano destra, si aggiust velocemente la pettinatura brizzolata e lasci il tavolo e la sua tazzina, ancora piena di un caff ormai freddo.
Danilo torn a sedersi e attacc con un "Ok, fratellone, ora ti spiego".
Con fare distratto ma preciso port la propria cartella di pelle nera all'altezza della pancia prominente, appoggiandola sulle ginocchia. La apr e mi fece intravedere una busta gialla, simile ad alcune che avevo visto nelle cancellerie del tribunale quando, svariati anni prima, stavo divorziando da Marina.
"Ecco, nella busta c' tutto quello che devi sapere" - disse con determinazione.
Sollevai gli occhiali da vista e li appoggiai sul capo. Socchiusi gli occhi e li massaggiai un paio di volte con il pollice ed il medio della mano sinistra.
"Mi spieghi?" - domandai calmo e divertito.
"Ti ho appena assunto, hai superato il test di ammissione, hai fatto un bel colloquio di lavoro. Insomma, se vuoi hai un lavoro. Lavorerai per me. Investigazioni, cose semplici e pallose ma roba sicura. Corna o poco pi. Mi dicevi che hai fatto il carabiniere, vero?".
"S, un milione di anni fa - o venti chili fa, pi precisamente - e durante il periodo della leva militare; a diciannove anni, prima di iscrivermi all'universit".
"La tua perspicacia nel capire il disagio di Logli mi ha convinto; sai leggere gli atteggiamenti delle persone e la tua proposta di invitarci a cambiare posto  segno di spirito di iniziativa, di intraprendenza. In pi, non hai mai dimostrato sorpresa o disagio; sembravi calato in una parte eppure non la conoscevi".
"E se fossi risultato inadeguato?" - punzecchiai curiosamente.
"Se ti avessi visto in difficolt, ti avrei mandato ad attendermi in ufficio. Per fortuna sei andato bene ma me lo aspettavo".
Tutti discorsi giusti, pronunciati sottovoce in un ambiente gi abbastanza caotico, tra studenti universitari chiassosi e la macchina per macinare il caff in piena attivit. Sorrisi e feci calare gli occhiali sul naso. Mi distesi sullo schienale allungando le gambe e intravidi sul volto di Danilo l'espressione soddisfatta di chi ha appena acchiappato una discreta occasione.
"Guarda che lo sappiamo in loggia che hai bisogno di un lavoro." -non manc, infatti, di sottolineare - "Non fare l'orgoglioso e accetta".
Era vero. Avevo bisogno di un lavoro. Magari pensavo ad un corso di informatica per poi entrare nel rutilante mondo delle agenzie interinali, con possibilit di impiego saltuario e con prospettive limitate. Avevo anche ipotizzato di intraprendere la via della ristorazione. L'idea poteva essere quella di un chioschetto con la trippa e il lampredotto, o forse un bar. Ed era vero che non potevo dirmi sorpreso che fosse nota, cos evidentemente nota, la mia situazione economica tra i fratelli di Uguaglianza e Lavoro. Tra questi si contavano almeno tre commercialisti e due avvocati, un dipendente di banca e svariati imprenditori; anche qualche impiegato delle maggiori associazioni di categoria con un presente da consigliere comunale, di uno come dell'altro schieramento politico. Mi ero ripromesso di offrirmi come collaboratore ai fratelli commercialisti ma il mio grado di compagno mi impediva di avanzare richieste esplicite ai maestri. E poi mi piaceva pensare la massoneria come un luogo per la crescita interiore e non per lo scambio dei curricula.
"Lo sai che lo conoscevo gi, il signor Luca Logli?" - mi limitai a dire per prendere tempo prima di dare una risposta.
"E chi non lo conosce in questa cittadina di provincia? Tre giorni fa era anche su La Nazione con l'intervista rilasciata a causa dell'aggressione subita dalla figlia all'uscita dalla discoteca".
Danilo aveva ragione. Avevo notato quell'intervista e, soprattutto, mi aveva colpito la rabbia con cui Logli descriveva la piccola cittadina tessile: non pi di 220.000 abitanti, come se fosse il quartiere pi malfamato di Marsiglia.
"Non vorr mica che identifichi chi ha aggredito sua figlia sabato sera fuori dal Naif?" - domandai dubitando dell'incarico per la sua evidente difficolt e lungaggine. Gi mi immaginavo, nelle serate successive, a
fare domande inopportune a giovani sballati di ecstasy o ketamina, ricevendo di sicuro notizie false, indicazioni strane e forse anche qualche sonoro cazzotto dai buttafuori.
"Macch!" - minimizz Danilo - "I miei ragazzi hanno gi parlato con quelli della sicurezza del locale, con cui scambiamo di continuo favori ed informazioni.  stata una questione tra ragazzi, una roba di amore non corrisposto e qualche pasticca mischiata ad alcol che ha mandato fuori di testa un ex di sua figlia; peraltro di famiglia bene come quella del Logli. A scanso di equivoci si sono tutti affrettati a dire che questi rumeni hanno rotto le palle, "tanto 'sti zingari, se non hanno combinato questo guaio, ne combineranno qualcun altro uguale". E di nuovo fece quell'occhiolino ad arte, come a dire: dai, passamela questa cazzata che tanto si sa come va il mondo.
"Allora? Accetti?" - disse balzando di nuovo a ci che lo interessava.
"S, credo proprio di s" - dissi tagliando corto, anche perch non potevo pi giocare al temporeggiatore.
"Bene, fratello. Sono contento, qua la mano!" - rispose soddisfatto.
Ci stringemmo la mano appoggiando i polpastrelli degli indici e dei medi sui reciproci polsi e ci baciammo per tre volte sulla guancia.
"Naturalmente, per iniziare niente partita IVA o fatture. Facciamo a nero che conviene ad entrambi".
Poco male che non convenisse affatto ai restanti sessanta milioni di italiani.
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4. ALCUNI ERRORI RICORRENTI.
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La luce della sera era gi sull'Arno e le auto in fila sul Ponte alla Vittoria davano l'idea di aver imboccato il sentiero che porta verso la fine della giornata, che si era manifestata fresca fin dalla prima mattina. Settembre stava giocando le sue carte di fine estate e le stava distribuendo con calma e senza l'aggressivit di temporali e piogge persistenti. Avere smesso di fumare non aiuta a stare in coda e neanche il primo incarico da investigatore privato a nero mi stava emozionando al punto da non farmi sbadigliare.
La busta gialla fin rapidamente nelle mie mani, con il ricordo della raccomandazione di Danilo a fare un po' di attenzione.
"Per la legge il pedinamento  lecito solo se lo si fa con la massima discrezione, senza farsi notare e senza ledere la libert altrui." - non manc di specificare, come prima lezione del corso di formazione che inizi ad impartirmi, nel suo ufficio, il pomeriggio stesso dell'affidamento dell'incarico - "Il pedinamento del profilo whatsapp della signora Ersilia lo abbiamo gi attivato.  pi facile di quanto i fedifraghi immaginino o sappiano".
Danilo soppes la parola 'fedifraghi' mentre la pronunciava ed ebbi l'impressione che si compiacesse per l'utilizzo di quel vocabolo, sinonimo dei pi noti ed usati 'traditori' e 'infedeli'.
Poi continu dondolandosi sulla propria poltrona, enorme e nera, posta dietro una scrivania possente e di legno scuro, priva di computer.
"Utilizziamo... Abbiamo ancora nelle nostre disponibilit un sistema diabolico - mi pare si chiami Sniffer - che controlla la connessione alla medesima rete wi-fi che viene utilizzata per il programma di spara messaggini. Al resto pensa tutto l'applicazione, che  diventata illegale ma che, in ogni caso, non  mai stata utilizzabile in sede giuridica. Per  sufficiente a convincere il coniuge tradito dell'attivit da fedifrago del partner". Di nuovo notai quel termine e quel compiacimento.
"Per le altre prove invece occorre il fattore umano. Tu!" - continu.
Sollevai lo sguardo dalle fotografie della signora che avrei dovuto pedinare per coglierla in fallo.
"E con questa..." - disse sospendendo la frase mentre, teatralmente, faceva scivolare sulla scrivania, fino a pochi centimetri da me, una macchina fotografica digitale - "...ci becchi la troia!".
Come una fucilata, spar quella parola che avrebbe voluto pronunciare fin dall'inizio del nostro colloquio. Sembrava non aspettasse altro.
Riposi le fotografie della signora nel fascicolo col titolo a pennarello "Luca L." e pensai a come mi fosse stato impossibile non notare la bellezza della signora. Era una bellezza intensa e fiera che le proveniva da una capigliatura volutamente ed artatamente spettinata - capelli corvini, o comunque decisamente scuri, disegnati su zigomi forti ed alti, marcati ma senza dare l'idea di essere stati intaccati dal profilo affilato di un qualche bisturi. Stessa sensazione per il tratto breve e sottile di una bocca che soltanto nel labbro inferiore si concedeva una rotondit appena pi generosa. Il naso non si faceva apprezzare che per regolarit ma gli occhi si liberavano in una poesia esotica e in un taglio che, per forma, guardava ad oriente. Ci che pi di altro mi aveva colpito degli occhi era il loro colore, solo intravisto ma a lungo immaginato. Un colore decisamente vicino a quel nero notturno in cui ogni uomo, io per primo, avrebbe voluto addormentarsi. Ecco, il termine troia proprio non andava bene. Per nessuna donna, in generale, per lei, in particolare. A pensarci bene neanche quello di fedifraga, traditrice o infedele.
"Et?" - chiesi per cercare di cancellare velocemente la pesante offesa appena proferita da Danilo.
"Troppo vecchia per te; cinquantadue anni. Portati bene grazie a chiss quale diavoleria chirurgica, unguenti e pomate" - continu sprezzante.
"Bella donna, comunque. Sappiamo chi sia il fidanzatino?" - lo interruppi.
Danilo sorrise nonostante quel mio goffo tentativo di unirmi al suo disprezzo per i nostri due inconsapevoli oggetti di attenzione.
"Questo lo devi scoprire e documentare tu. I messaggi su whatsapp non chiariscono l'identit del porcellino d'India che reca il nomignolo di Lucignolo".
Per una storia d'amore mi sarei aspettato una citazione di Prevert o di Capote, mai di Collodi - pensai - ma forse, vista la mia perenne
e strutturata crisi sentimentale, non ero adatto a esprimere opinioni letterarie sul tema.
"Generalmente gli amanti si trovano sempre negli stessi posti.  un errore che fanno costantemente, perch quando si  innamorati si diventa romantici e questo porta ad identificare l'amore con quel locale, quell'angolo di via, quel museo" - continu un po' saccente.
"E noi li becchiamo facilmente, perch partecipiamo, non invitati, ai loro incontri. Quando poi lo vengono a sapere, leggono quegli stessi incontri da un altro punto di vista e non sentono pi le farfalle nello stomaco mai i vermi nell'intestino" - prosegu didascalico e preciso.
La poesia stava diventando il filo conduttore della dotta lectio del maestro Danilo, capo della Global Security e mio nuovo datore di lavoro. Un lavoro che avevo scoperto anche noioso dopo avere scovato il rifugio degli amanti: Firenze, a due passi dalla Porta di San Frediano. Appartamento in una via corta e senza sfondo, in prossimit di un brevissimo lungarno, noto per un giardino per bambini assediato da cani e tossici in libera uscita dal vicino distretto sociosanitario. Per, la piccola via che terminava in una piazzetta minuscola adibita a parcheggio per condomini era davvero deliziosa e per me facilmente controllabile anche dalle panchine del giardino.
La casa non era tra quelle di propriet della donna n, verificando anche le propriet dei suoi parenti prossimi, di qualcuno che le fosse cos vicino da offrirle ospitalit per i suoi incontri clandestini. Certo, non avevamo potuto controllare tutte le sue amiche, che erano tante, a partire da quelle sul lavoro, che si svolgeva presso l'unione degli industriali della citt. Chiss se aveva conosciuto l suo marito, l'imprenditore Luca Logli, tanto pi che il suo ruolo nell'organizzazione di rappresentanza delle imprese, per quanto tecnico, era di assoluta rilevanza, essendo a capo dell'ufficio contenzioso e cessazione rapporti di lavoro.
Una consulente delle imprese, dunque, che in quel tardo pomeriggio settembrino, aveva sospeso la professione giuslavoristica per appassionarsi a ben altra materia in quell'angolo nascosto della Firenze di Vasco Pratolini.
Mi pareva di ricordare quella piazzetta, poco pi che un cortile, nascosta dal breve budello di via. Non riuscivo per a focalizzare l'occasione in cui l'avevo vissuta, ovvero se fosse collegata al vagabondaggio universitario o a qualche esperienza pi recente che si presentava, in ogni caso, sfumata e confusa. Sentii freddo e all'improvviso ricordai in maniera chiara l'unica volta in cui mi ero ritrovato in quel posto. Era stato nel gennaio di cinque o sei anni prima. Ero in condizioni per nulla sobrie ed avevo passato alcune ore febbrili proprio nel bilocale in cui era entrata da qualche ora la signora Ersilia Coppola in Logli. Mi strinsi nella giacca di felpa grigia che Danilo mi aveva fatto comprare, dicendomi che quel colore era il migliore per il lavoro che facevo. Anonimo ed invisibile, pareva fatto con la pelle del camaleonte, adatto per mimetizzarsi nelle nostre citt edificate con asfalto e cemento. Avevo ormai capito la chiave della mia prima indagine. Mi accartocciai sulla panchina e assunsi la postura stanca di una sconsolata attesa.
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5. UN OMICIDIO NELLA COMUNIT CINESE.
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Il filtro ad infrarossi aveva fatto il suo dovere e la reflex digitale aveva immortalato inequivocabilmente il mio amico Lupo, mentre abbracciava la signora Ersilia. Nelle successive fotografie la baciava, ricambiato, prima di aprirle lo sportello del taxi che l'avrebbe accompagnata alla stazione Santa Maria Novella da cui era arrivata, a piedi e pedinata dal sottoscritto investigatore a nero, poche ore prima. Quelle foto erano sulla scrivania di Danilo che non tradiva soddisfazione alcuna per il lavoro svolto in pochissimo tempo. Stava in silenzio e fletteva le mani poste verticalmente, polpastrello su polpastrello, di fronte al volto che appariva cupo.
"Hai sentito dell'omicidio del cinese?" - irruppe all'improvviso.
Domanda retorica, pensai, ma evidentemente occorreva una risposta per far continuare il mio nuovo datore di lavoro.
"Certo, Danilo. Siamo sulla cronaca regionale" - risposi piatto ed educato, altrettanto retorico.
"Non mi piacciono gli omicidi. Portano instabilit nel nostro ambiente. Non mi piacciono poi i dettagli di questo omicidio. Anche quelli portano destabilizzazione nel nostro ambiente".
Da come calc il tono alla seconda volta che pronunci la parola ambiente, capii che si trattava di ambienti diversi. Il primo era quello delle investigazioni private. Il secondo era quello della vita massonica.
Rimasi nella posizione di ascolto. Mi sistemai compostamente sulla poltrona da ufficio su cui mi aveva fatto accomodare Danilo e appoggiai le mani sulle cosce, quasi all'altezza delle ginocchia. Tesi le orecchie e aumentai la mia concentrazione visiva su un punto al centro della sua fronte. Rilassai il plesso solare e respirai profondamente. Ero pronto a sentire le vibrazioni dell'anima del mio maestro Danilo, che sembrava non riuscire a fermare un pensiero funesto.
"La piramide lasciata nella mano destra del morto ammazzato e l'asportazione di pollice, indice e medio della mano sinistra sono elementi simbolici che non mi lasciano tranquillo" - disse palesemente.
Qui capii appieno la sua preoccupazione, bench non potessi fare molto per aiutarlo ad uscire dal labirinto nel quale si era andata ad infilare la sua mente. Tuttavia ci provai.
"Non avevo sentito dei particolari; n li ho letti sulla stampa. Si ipotizza soltanto un avvelenamento".
Segu la sua risposta fulminea.
"Ce massimo riserbo sulla cosa. Chi indaga non ha fatto trapelare nulla. La stampa  stata indirizzata verso la comunit cinese di via Pistoiese. L'opinione pubblica non aspetta altro che parlare di illegalit e insicurezza".
Obiettivo distrazione raggiunto. Poi prosegu.
"Il fatto che mi abbiano fatto arrivare la voce sulle dita, mozzate e sulla piramide  perch volevano che sapessi i particolari. Questi particolari, che sono simbolici... profondamente simbolici. E loro sanno a quale associazione aderiamo".
Danilo disse proprio 'aderiamo' e non 'aderisco'. Mi inseriva tra i suoi ed io oramai ero nella famiglia massonica. Allo stesso tempo, ero stato catapultato in questa storia di morte che assumeva colori e tinte non rassicuranti. Essere a conoscenza dei dettagli, che Danilo aveva definito correttamente simbolici, mi rendeva attore non protagonista di un giallo che era soltanto alle prime pagine.
Improvvisamente rianimato, Danilo sfogli quelle della mia breve relazione sul caso di Luca Logli.
"Complimenti; ma questa era roba facile. Gli amanti si sentono invincibili, intoccabili, forti del proprio amore che pu piegare tutto" -disse, pur senza banalizzare.
In effetti, non sembrava intenzionato a volere sminuire il mio lavoro, che era stato realisticamente semplice nell'esecuzione e complicato solo per gli effetti emotivi che mi aveva prodotto il dover spiare e, infine, mettere alla berlina il mio amico Lupo. Era casa sua quella in cui si incontrava con la stessa Ersilia Coppola con la quale lo avevo sentito litigare, per motivi di lavoro, poco prima che mi consegnasse l'assegno dell'INPS; e mi si ghiacci il sangue, quando mi tornarono a mente i motivi per cui ricordavo la casa degli amanti. Bilocale di propriet della madre di Lupo, che mi aveva ospitato anni prima al termine di una serata brava nel capoluogo fiorentino.
"E adesso che ci farai con quelle foto?" - domandai, tradendo un po' troppa curiosit.
"Come da contratto le consegneremo al cliente, che sar consapevole di non poterle utilizzare in alcuna sede giudiziaria, neanche se da esse dovesse scaturire il motivo per divorziare".
Danilo fu oltremodo didattico e preciso nel darmi le risposte utili a sedare la mia sensazione di avere tradito un amico.
"Non serviranno a molto quelle foto al dott. Logli. Stai tranquillo, non accopper per quelle il tuo amico Lupo Forlai. Appare politicamente scorretto che una rappresentante delle imprese e un sindacalista si frequentino per motivi non esattamente professionali ma non ce alcun reato all'orizzonte" - disse senza guardarmi in faccia, forse per rispetto, dato che ero stato assalito da un imbarazzo rubino che mi aveva schiaffeggiato le guance. Poi prosegu.
"Le fotografie finiranno in qualche cassetta di sicurezza, pronte a saltare fuori, qualora la signora Ersilia dovesse chiedere quali siano i reali rapporti commerciali che suo marito intrattiene con la Thailandia. Piccolezza e varia umanit che ci hanno messo in condizione di farti avere il primo stipendio. Passa da Carmen, dopo, e dille di farti avere il fuori busta".
Il fuori busta era niente male come verificai nel chiuso dell'ascensore su cui salii non appena ebbi salutato Danilo e la sua segretaria. Seicentocinquanta euro per tre giorni di lavoro part time. Niente contributi pensionistici, ferie non pagate e malattia non coperta; niente accantonamento per tredicesima e trattamento di fine rapporto. Per, anche niente Irpef, tasse regionali e comunali. L'unica preoccupazione poteva essere non avere un altro lavoretto da fare ma la carinissima Carmen - donna un po' burrosa ma decisamente piacevole con i suoi quarantanni appena sbocciati - oltre al contante mi aveva fornito il numero dello studio dell'avvocato Flavio Tamanini, penalista affermato, nonostante la nomea di "compagno" che lo rendeva un po' naif nell'ambiente della procura e dell'ordine degli avvocati. L'indomani lo avrei cercato ma solo nel
pomeriggio, perch la mattina aveva udienza.
"Abbiamo un altro caso per te", erano state le parole di incoraggiamento di Danilo.
Intanto il tardo pomeriggio di fine settembre emanava una luce placida e la citt laniera non aveva ancora preso il via delle corse ad ostacoli che avrebbero caratterizzato l'autunno e l'inverno successivo. Gli aperitivi degli uomini d'affari, le gincane delle donne in affanno, divise tra legittime aspettative professionali e doverosit familiari, i salti in lungo e in largo dei bambini e dei relativi nonni tra sport, catechismo e musica non avevano ancora preso il via. Mi permisi quindi il tempo di una passeggiata in centro, da piazza Mercatale a quella del Comune e poi oltre, verso piazza Sant'Agostino, sbirciando qualche libreria ma senza concedermi il lusso di entrare e comprare un libro. Osservai velocemente l'imponenza antica di Palazzo Pretorio e passai vicino alla statua di Francesco Datini, abile commerciante ed emblema dello spirito del popolo pratese. In piazza Sant'Agostino ripensai alle parole di Danilo e al racconto dell'omicidio del cinese. Per curiosit entrai in un bar e ordinai alla titolare cinese un caff, che preferii americano, per darmi il tempo di sfogliare pi approfonditamente Il Tirreno, che campeggiava gi sgualcito sul frigo dei gelati.
Sulla prima, oltre alla notizia dell'omicidio, campeggiava la notizia della dura presa di posizione del presidente dell'ordine degli avvocati, il prof. Massimo Simonetti, contro l'ipotesi di chiusura del tribunale pratese. Detti una rapida occhiata alla clientela, ricavandone un'idea di umanit trascurata. Una donna sulla cinquantina, dalla faccia distrutta dal cognac che stava bevendo, era insidiata da un anziano che, con fare poco signorile, le stava molto vicino sussurrandole qualcosa nell'orecchio. Un altro anziano era appoggiato al bancone e beveva qualcosa che assomigliava pi ad un Campari con gin che ad un pi innocente San Bitter. Preferii dedicarmi alla penna di Fabio Carpineti, nerista del quotidiano, che ipotizzava l'avvelenamento del cinese, dall'identit sconosciuta, ritrovato la mattina presto in prossimit dell'ingresso della trattoria cinese Ravioli Liu. Niente riferiva della piramide e delle dita mozzate ma gi fioccavano le reazioni dei politici locali sui social network, secondo un ulteriore articolo di spalla a quello di apertura del nerista. Non feci in tempo ad andare oltre la lettura del titolo che sentii la barista urlare. La vidi poi correre verso la porta di ingresso e chiuderla a chiave. La serata aveva ricevuto una brusca accelerata verso una fine che avrei evitato volentieri.
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6. UN CASO UMANO.
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"Nobile per la fretta di tornarmene a casa". Mentre attendevo che l'avvocato Tamanini mi ricevesse nel suo ufficio, feci quel pensiero e lo applicai a me e alla mia piccola avventura.
La sera prima, nel bar della cinese, avevo risolto un altro caso. Nessuna investigazione portata a termine, soltanto un caso umano che avevo affrontato con l'unico metodo possibile: l'umanit. Gli avventori e i clienti del bar avevano letto la mia azione come un atto nobile.
Essere eroi nella contemporaneit non  una condizione particolarmente irraggiungibile, essere nobili  ancora pi semplice. Infatti, di fronte alla penosa scena in cui la barista cinese chiudeva la porta del locale per impedire alla cinquantenne ubriaca di uscire senza pagare, avevo preso l'iniziativa. Mentre l'ubriaca se ne stava accasciata su una sedia e i due anziani si godevano l'imprevisto, riposto Il Tirreno su un tavolino di formica, feci un cenno alla minuta ma risoluta barista e mi diressi verso il retro del bancone dove, da un telefono fisso, aveva composto il 112 per chiedere ai miei ex colleghi dell'arma di intervenire.
"Lei non pu andare via senza pagare ma tu non la puoi chiudere a chiave.  illegale.  un reato. Si chiama sequestro di persona" - provai a dire senza troppa speranza di essere compreso.
L'italiano della donna, invece, era di buon livello.
"Lei deve pagare, non pu andare via senza pagare. Ha gi fatto una volta cos!"
Potere e forza delle attivit commerciali; impari una lingua meglio che all'universit, pensai, mentre facevo scivolare fuori dal mio piccolo zaino il portafoglio abbondantemente riempito dalla segretaria della Global Security.
"Facciamo cos: tu mi dici quanti soldi ti deve, io pago e ce ne andiamo tutti a casa. Ok?" - proposi con decisione.
La barista fece tre passi rapidi e leggeri verso la cassa ed io la raggiunsi dall'altra parte del bancone. "Quasi venti euro di cognac; complimenti signora mia!" - borbottai fra i denti. Presi il resto e lo riposi in tasca. A quel punto mi si avvicin l'anziano del Campari e gin, sfiatandomi addosso un complimento che poteva somigliare a qualcosa del tipo "Bel gesto". La barista, soddisfatta, apr la porta del locale e l'ubriaca se ne usc rapida. Solo allora notai che indossava delle ciabatte da camera e la cosa mi fece pensare a quanto fossi stato fortunato a lasciare il campo dell'alcolismo prima che diventasse minato.
La cinese mi salut ammirata, o forse fu una mia impressione o aspettativa.
Uscito dal locale incrociai due carabinieri e lasciai loro il palcoscenico. Avrebbero raccolto i frammenti di una storia senza senso in cui le distanze tra le persone diventano l'unit esatta per misurare le piccole disperazioni.
Avvolto in questi pensieri, osservavo un quadro naif posto su un cavalletto all'ingresso della saletta d'aspetto dello studio dell'avvocato Tamanini, quando la segretaria mi chiam da dietro il proprio triage da selezionatrice di reati penali, un bancone rovere tinto miele.
"Signor Solimani, l'avvocato  libero. Si pu accomodare".
Dal corridoio non era comparso nessun cliente e considerai strano che nella sala d'aspetto, in realt tre poltrone e un divano poste di fronte al bancone della segretaria, non fossero accomodate altre persone. Forse l'avvocato preferiva che i propri clienti non avessero occasione di incontrarsi e scaglionava gli appuntamenti in maniera da non fare incrociare nessuno? Plausibile.
Bussai e mi accomodai, dopo avere ricevuto l'invito a farmi avanti. Nella parete alle spalle del legale era esposto un trittico di quadri dipinti con la tecnica del dripping, lo sgocciolamento del colore sulla tela che, nella fattispecie, era stata colorata di nero. L'avvocato non perse tempo ad alzarsi e mi porse una stretta di mano decisa e breve.
"Ciao, il Matteucci  stato rapido nel darmi soddisfazione. Accomodati" - tagli corto.
Danilo Matteucci, il titolare della Global Security, stava riponendo davvero molta fiducia nelle mie capacit investigative, pensai, mentre porgevo un saluto pi formale.
Mi sedetti sulla poltrona nera che, in coppia con la sua gemella, stava di fronte a una scrivania ampia e disordinata, dove pacchetti di sigarette e singoli sigari cellofanati trovavano spazio tra cartelle colorate, cataloghi di fotografie, libri d'arte e codici vari. Allungai la mano verso
una pubblicazione di piccole dimensioni e cominciai a sfogliarla, dedicando lo sguardo alle riproduzioni fotografiche di quadri astratti dai colori forti, primari. Avevo scelto quel piccolo catalogo, poich avevo notato l'autore e il titolo che campeggiavano sulla copertina scura: Flavio Tamanini, Dinamocromie.
"Se ti piace puoi tenerlo" - mi esort l'avvocato.
"Mi piacerebbe ci fosse la dedica dell'artista" - risposi, porgendogli il catalogo.
L'avvocato scarabocchi qualcosa e lo ripose di fronte a s. Eravamo partiti bene, in piena sintonia e fuori dagli schemi.
"Bene, la storia sta in questi termini. La chiamano la truffa del nigeriano, poich spesso le vittime del raggiro vengono invitate in Nigeria per incontrare falsi funzionari governativi che avvalorino la tesi del truffatore. Gli allocchi vengono contattati via mail con un'offerta che, generalmente,  quella di accogliere una grossa quantit di denaro sul proprio conto, poich il ricco finanziatore di iniziative di beneficenza nei confronti dei poveri bambini nigeriani ha i conti bloccati dagli Stati oppositori alla Nigeria. L'idiota di turno viene fornito di una lista di numeri di telefono, fax e indirizzi mail presso cui verificare la consistenza e la veridicit dell'operazione finanziaria da cui ricaver una percentuale per la disponibilit a fare da ponte. Viene inoltre rassicurato sulla liceit dell'operazione, che non contravviene a particolari leggi. Quando il truffato chiama i numeri di telefono ricevuti per controllare, trova complici del truffatore, pronti ad avvalorare la bont dell'operazione. A quel punto il truffatore invia alla vittima falsi documenti recanti timbri e sigilli ufficiali del governo nigeriano e spiega che, poich in quel paese il livello di corruzione  altissimo, la pratica di trasferimento di denaro dai conti del ricchissimo finanziatore non potr avvenire in tempi rapidi o non potr avvenire affatto. A questo punto  in genere il truffato a rendersi disponibile a pagare anche ingenti somme per oliare il sistema corrotto nigeriano. In realt, ovviamente, i suoi soldi scompariranno nelle tasche del truffatore".
Bella storia, pensai; giocata sulla dabbenaggine del truffato, il pregiudizio nei confronti dello Stato africano e la voglia di guadagni facili, senza troppe rotture di palle.
Il legale accese una sigaretta e continu.
"Esiste una variante che pu essere svolta da un finto avvocato che rappresenta il patrimonio di parenti lontanissimi, mai conosciuti dalla vittima. Generalmente sono parenti migrati decine di anni prima e tragicamente morti in un incidente d'auto. L'avvocato non nasconde le difficolt incontrate nella ricerca del fortunato, ma quasi irreperibile, titolare dell'eredit. Di solito il finto avvocato non  del territorio in cui avviene la truffa e ha un marcato accento di un'altra regione, a dimostrare la sua provenienza, evidentemente lontana. Si rende comunque disponibile ad incontrare il malcapitato nella sua citt e l, come nella truffa del nigeriano, parte la storia degli anticipi per sbloccare le pratiche internazionali, le spese per gli acconti e cos via. Il giochino frutta al finto avvocato svariate migliaia di euro".
Avevo appreso una lezione sul microcrimine ma per capirne l'utilit dovetti attendere ancora un po', fino alla netta chiusa del discorso: "Dobbiamo monitorare e registrare una truffa. Quella del secondo tipo. Con la variante che l'avvocato non  finto ma  vero ed influente".
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7. LA PI GRANDE VITTORIA.
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L'uscita autostradale di Trento  immediatamente dopo una galleria che perfora un'imponente montagna - una delle tante che, poco dopo avere lasciato la provincia di Verona, comincia ad accompagnare la monotonia rettilinea dell'autostrada del Brennero, in un crescendo di verde e rocce, picchi e avvallamenti improvvisi su cui si adagiano numerosi paesi. Quelle montagne doppiano in altezza ed intensit visiva le appenniniche, aspre ma non cos prepotenti.
Uscito dal casello autostradale attraversai un ponte sull'Adige, carico di acqua nonostante l'arsura di fine estate. Lungo il fiume si dipanavano due file di case, una per riva, ordinate ma colorate, interrotte da qualche chiesa romanica e da una funivia che lanciava i propri cavi d'acciaio verso una montagna importante che sembrava incombere sulla citt del concilio tridentino - quello consumato nel secolo sedicesimo per contrastare la rivoluzione luterana. Superai un cavalcavia sulla ferrovia e mi ritrovai su una strada ampia che subito mi dette l'impressione di condurmi nella parte centrale della citt. Il traffico, per niente congestionato, si muoveva a rilento e l'idea che ne trassi fu che i ritmi cittadini dovessero sottostare a un sistema produttivo e lavorativo per nulla caotico, lontano dalla nevrosi pratese, dove l'equazione 'tempo uguale denaro' sancisce la regola della convivenza. Ero in anticipo sulla tabella di marcia e le indicazioni per il Centro Santa Chiara erano chiare, sulle strade come sul navigatore del cellulare che Danilo mi aveva consegnato nel tardo pomeriggio di due giorni prima, al mio ritorno alla Global Security e dopo l'incontro con l'avvocato Tamanini.
Mi fermai lungo una strada perpendicolare a quella che avevo appena imboccato, in direzione opposta a quella che portava ad una bella chiesa, che aveva in s lo stigma della cattedrale. Doveva essere il duomo. Posizionai il disco orario sulle 11:15, il mio tempo di arrivo, e scesi per prendere un caff. Bar Verdi... fantasia al potere, visto che la via in cui mi trovavo era giustappunto intitolata al musicista risorgimentale.
Il bancone era un po' fuori moda, simile a quello di alcune discoteche anni Novanta, tutto acciaio e vernice rossa. Sgabelli al bancone nel numero di sette, alti e con i sedili foderati di rosso. L'ampia sala, accogliente, aveva molti specchi alle pareti e la vetrata fum non esponeva i clienti allo sguardo dei passanti. I divanetti erano bassi, colore carta da zucchero, e i tavolinetti erano di un'altezza proporzionata.
L'umanit che popolava il bar stava assediando il bancone, dietro il quale si davano un gran daffare due ragazze sui venticinque anni, minute e bionde. Doveva essere tempo di esami e pareva che, proprio in quel momento, ne fosse andato bene uno. Fioccavano, infatti, i prosecchi e le biciclette, un misto di Campari e vino bianco, e il tempo in cui il liquido rimaneva nei bicchieri non superava quello in cui veniva ingurgitato. Sette o otto giovani uomini, in giacca e camicia, ridevano e bevevano citando nomi di illustri sconosciuti, forse colleghi e professori, in accoppiata con quelli pi noti di Keynes e Ricardo. Economia, dedussi, vagheggiando la bellezza disperata e sfrontata di quell'et. Prima che il pensiero scadesse nel patetismo del ricordo falsato dal tempo trascorso, detti un primo sorso al caff che avevo ordinato ad una delle due bariste. Non ricordavo di averlo chiesto lungo eppure quasi sopravanzava l'orlo della tazzina. Ancora pi sorprendente fu il cattivo sapore che mi aggred il palato. Terminai in fretta la piccola tortura e mi avviai alla cassa per pagare ed uscire. Un caff di tal fatta fa dubitare di essere ancora in Italia, pensai, gi sentendo la vibrazione del cellulare cui mi affrettai a rispondere.
"Ciao Danilo" - dissi rapido. Silenzio e ancora silenzio. "Pronto?" - domandai. "Andrea sono Carmen. Ti parlo dal cellulare di Danilo, perch dice che  pi sicuro che chiamare dal fisso".
Non mi risultava. Anzi, sapevo del contrario. Mi ero informato qualche giorno prima, quando pedinavo la dottoressa Coppola. In commercio, legalmente venduti in cambio di poche centinaia di euro, ci sono vari software con nomi da 007: Spy Bubble, Flexispy, Spyera. Tutta roba a disposizione di spioni di cellulari. Per gli apparecchi fissi  pi complicato. Lasciai comunque perdere e non commentai.
"Ti cerco per confermarti l'appuntamento con il signor Pederzoli alle 14:30 al Bar Verdi. Sei gi arrivato?" - domand. "Come al Bar Verdi? Non dovevamo vederci ai giardini del Centro Santa Chiara?" - risposi con tono deluso, non sopportando l'idea di un altro caff in quel posto
lontano dal dio delle piantagioni brasiliane. "Cos mi ha detto Danilo. Non so cosa sia cambiato nel frattempo...".
"Va bene. Sono gi a Trento e credo che andr a mangiare qualcosa. Di' a Danilo che va tutto bene, la citt  carina e il clima  buono" - tagliai corto ma con gentilezza e senza fare alcun commento sul caff.
Il piano aveva subito una piccola modifica ma non sostanziale, solo il luogo dell'appuntamento. Il primo con la nostra esca: un signore di piccola taglia, sui settant'anni, magro e leggermente strabico. A guardare la foto doveva essere anche tra i pochi rimasti ad utilizzare un improbabile riporto per coprire la pelata. Era stato contattato dall'avvocato pratese truffatore e gli era stato prospettato il recupero di una grossa eredit da parte di parenti lontani, morti in Venezuela. Guarda caso, la nostra esca aveva passato i suoi ultimi venti anni a ricostruire il proprio albero genealogico e il Venezuela era una meta sconosciuta ad ogni suo parente, anche il pi remoto. Insospettito, si era rivolto ad un legale suo amico per prendere informazioni sull'avvocato pratese che lo aveva avvicinato. Da qui la notizia della truffa arrivata fino al cliente della Global Security, il penalista Flavio Tamanini, che si era lanciato nell'avventura di smascherare il suo collega truffatore. Intanto si stava facendo strada in me una fastidiosa inquietudine, un sottile senso di angoscia che non mi fu difficile identificare come diffuso senso di colpa. Asse portante della moralit nella nostra italica cultura, ma soprattutto stella polare del mio agire, era quel campanello di allarme che si era messo prima a sibilare e poi, pian piano, a suonare con una certa insistenza. Con tanta insistenza da farmi dubitare che quella notte potessi riuscire a prendere sonno.
Era una strana ma conosciuta sensazione la mia; una precognizione sui fantasmi notturni che avrebbero mosso qualche azione di disturbo al mio riposo. Un'ombra sull'imminente futuro che, per una qualche ragione, trovava le proprie radici nascoste nel recente passato. Quella dannata sensazione di sconfitta inevitabile per responsabilit afferibili soltanto a me mi aveva spinto, in passato, a ricercare un lenitivo che, alcolico, mi avrebbe soltanto peggiorato la vita. Quelle sensazioni di sconfitta e di vergogna stavano tornando alla luce; trionfanti e mostruose mostravano la propria testa rugosa e feroce, facendola spuntare dal carapace corazzato da un'astinenza alcolica e da una sobriet che consideravo le pi grandi vittorie della mia vita.
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8. L'IMPORTANZA DELL'ESCA.
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Mi ero concesso un'acqua tonica da sorseggiare al posto del caff che il Bar Verdi aveva dimostrato non essere specialit della casa.
Roberto Pederzoli mi aveva voluto conoscere prima di assicurarmi che avrebbe fatto da esca. Gli avevo fatto vedere le chiavi dello studio presso cui l'avvocato della truffa lo avrebbe incontrato e lo avevo rassicurato illustrandogli il piano. Gli avevo poi garantito la mia presenza nell'ufficio accanto a quello in cui avrebbe avuto luogo l'incontro. Con le chiavi sarei entrato, nottetempo, nello studio e avrei posizionato le cimici e le videocamere per le intercettazioni ambientali. Dall'ufficio accanto avrei invece ascoltato la conversazione e da quello mi sarei precipitato in suo aiuto, se qualcosa avesse preso una strada sbagliata. Soltanto allora ripet la parte che aveva imparato molto bene e che avrebbe recitato l'indomani. La trappola era pronta e la mattina successiva scatt all'ora pattuita. Alle 09:30 sentii suonare il campanello dello studio preso in affitto dall'avvocato dedito alla truffa. Preso in affitto dal collega sbagliato, l'avvocato Claudio Tamanini, cugino del penalista pratese, subito cooperativo poich ignaro del raggiro, e peraltro pronto a costituirsi parte lesa, qualora se ne fosse ravveduta la necessit.
Alle 09:32 Roberto Pederzoli si accomod sulla poltrona posta di fronte alla scrivania del truffatore che subito si present quale avvocato Giovanni Maria Casprini. Provai ancora quella sensazione pesante di fastidio e senso di colpa, senza ravvederne una causa scatenante, e tornai a concentrarmi sul dialogo.
"Come sa, signor Pederzoli, il Venezuela  un paese che vive la sfortunata circostanza di essere tra i pi corrotti al mondo. L'attuale governo socialista, al di l delle idee politiche di ognuno, mi pare oggettivo, non garantisce la lotta al malcostume dei burocrati, anzi sembra volerli finanziare, chiudendo gli occhi sulle piccole, frequenti ruberie. Io mi sono reso disponibile a sbloccare la sua eredit ma non posso garantire il rischio di un'impresa che a lei far incassare 3 milioni di dollari e a me solo, a conti fatti, il 10%
dell'operazione".
Il linguaggio era semplice e diretto. Si sentiva che era arrivato alla fine della truffa, che stava stringendo, dopo svariati colloqui con cui aveva irretito la sua vittima. Il raggiro parte cauto e gentile per poi diventare vertiginoso nella stretta finale.
Pederzoli si lasci ammansire, cos come avevamo stabilito, senza aprirsi troppo.
"Le posso anticipare la met dei diecimila euro che mi ha chiesto. In fin dei conti anche lei ha un interesse a concludere. Trecentomila dollari sono una buona ragione anche per lei...".
La pausa dopo le parole del Pederzoli mi suscit un po' di preoccupazione.
"Cos non ci posso stare" - sentii continuare con tono meno aggressivo l'avvocato - "se trattengo solo il 10% della sua eredit  per il lavoro, mi creda davvero complicato, che sto facendo per lei. Peraltro ho gi sostenuto molte spese; telefonate, raccolta di informazioni tramite colleghi venezuelani, anche un paio di visure camerali sui beni dei suoi parenti scomparsi".
Visure camerali in Venezuela? Come truffatore si fida molto dell'ingenuit dei propri clienti, pensai.
"Comunque per venirle incontro posso ridurle l'anticipo del 10% che metter io per lei per coprire la parte del mio emolumento".
Bingo, proposta di buon senso in arrivo; proprio una di quelle che Pederzoli, secondo i nostri piani, avrebbe dovuto accettare. E cos fece, stringendo la mano all'avvocato Casprini, mentre mi sbrigavo ad immortalare, con la telecamera nascosta tra le foglie di una bella pianta da appartamento, il sorriso soddisfatto dell'avvocato. La busta con i contanti pass dalle mani della nostra esca a quelle dell'avvocato, che cont dieci pezzi da cento euro e li restitu al cliente che rimase imbambolato, indeciso sul da farsi.
"Che c'... Vuole forse che non le faccia lo sconto del quale mi sono gi pentito?" - insinu l'avvocato.
Il Pederzoli scosse il capo un paio di volte e, con la mano che tremava, riprese i soldi che gli avevo anticipato il giorno prima. Salut goffamente e fece per andarsene, quando il legale lo ferm, appoggiandogli una mano sulla spalla e tirandolo a s bruscamente: "Che c' Pederzoli... Non mi chiede quando ci vediamo per l'incasso dei suoi milioni?".
La faccenda stava prendendo una bruttissima piega e la situazione stava precipitando. Adesso sono senza rete, pensai, e volteggiare da acrobata  pi vero ed intenso, emotivamente, se non si ha la rete di protezione sotto il proprio incerto cammino.
L'ultima volta che avevo fatto tale ragionamento era in relazione alla fine della mia breve storia coniugale. Il matrimonio era finito da almeno tre mesi, quando prese campo la considerazione dell'essere senza protezione nel lanciarmi nel vuoto della solitudine. Quella strana idea mi era scaturita mentre facevo jogging sulla riva del fiume Bisenzio. Mi ero commosso, al tempo, ma adesso non riuscivo a ripescare quale fosse l'idea dalla quale era maturata la sensazione di incertezza vertiginosa nella quale mi trovavo. Mi ricordavo soltanto di quella sensazione, la stessa che mi attraversava in quel momento in cui sapevo che bisognava intervenire prima di schiantarsi a terra.
Indossai il berretto e mi precipitai fuori dallo studio da cui avevo assistito allo scambio dei soldi tra il truffatore e la sua vittima, che adesso era in pericolo. Suonai alla porta accanto, dove la nostra esca non aveva retto alla tensione. Sentii il silenzio attraverso la porta. Suonai di nuovo e urlai, mascherando il pi possibile il mio intercalare pratese: "Tra poco passiamo a rimuovere i veicoli che intralciano la pulizia delle strade!" Sentii lo spioncino della porta aprirsi impercettibilmente e, dopo pochi attimi, richiudersi. Solo allora decisi di fare un'altra rampa di scale per fingere di andare ad avvertire altri condomini.
Il mio vestito da vigile urbano aveva sortito l'effetto sperato, l'avvocato aveva lasciato la sua presa, ma immaginare una strategia di uscita era stato un buon suggerimento da parte di Danilo. Scendendo le scale, vidi uscire dallo studio il Pederzoli che, un po' pi tranquillo, ammoniva: "Guardi avvocato, qui in Trentino i vigili sono al servizio dei cittadini e non cercano di cogliere in flagrante la gente, come succede da voi nei dintorni di Roma. Avvertono prima di fare una contravvenzione. Comunque va bene, ci vediamo marted prossimo qui alle 10:30. Grazie ancora".
Pederzoli aggiust il proprio riporto un po' arruffato e prese la via delle scale per uscire da quella situazione incresciosa e pericolosa in cui lo avevamo convinto ad infilarsi. Io passai di fronte alla porta dello studio che stava richiudendosi lentamente, quasi fosse mossa da un pensiero preoccupato per la brutta prospettiva che stava per interessare il padrone della mano che la stava guidando.
Era evidente che al nome di Giovanni Maria Casprini non corrispondesse medesima identit ed ero rimasto sorpreso che il capo della Global Security, il maestro della loggia Uguaglianza e Lavoro e mio fratello muratore, avesse avanzato l'esclusiva pretesa di monitorare la truffa e recapitare a lui e al suo cliente, l'avvocato penalista Tamanini, foto e registrazioni ambientali. Sarebbe stato pi lecito informare la polizia ma quando, facendo da ingenuo, proprio questo avevo domandato, il capo aveva risposto in questi termini: "Guarda, facciamo cos. Fai il lavoro, porta a casa il lesso e poi ti fermi un paio di ore a Trento. Vai in via San Pio X al numero 6. Fai una rampa di scale e suona all'ultima porta sulla destra, quella prima delle scale che portano ai piani superiori. Questi sono duecento euro. Non farmi altre domande idiote sul caso e sul perch non avvertiamo la polizia". Il messaggio consegnatomi poco prima di prepararmi per la trasferta trentina era stato chiaro - con l'extra di duecento euro avevo ricevuto anche il sigillo regale a chiusura della busta - ed era altrettanto chiaro che non dovevo fare troppe domande. Per, a caso concluso, me ne concessi soltanto una.
"Mi pu fornire patente e libretto?" - chiesi all'avvocato truffatore, dopo averlo atteso in prossimit dell'auto su cui lo avevo visto arrivare circa un'ora prima.
"Meno male che qui siete al servizio dei cittadini!" - comment l'avvocato che intanto si era precipitato a spostare l'auto, memore del mio finto avvertimento di rimozione per la pulizia strade che, tuttavia, non ci sarebbe stata prima delle 23:00. Non commentai per non insospettirlo con il mio idioma per nulla simile a quello del triveneto. Presi la patente e lessi: Giovanni Maria Simonetti. Era lo stesso cognome del presidente dell'ordine degli avvocati pratesi. Verosimilmente poteva essere il figlio o il fratello molto pi giovane o forse il nipote; comunque, non potevo neanche immaginare che non potesse essere un suo parente.
Il caso era dunque chiuso anche per me e per la mia curiosit. E sapevo che non sarebbe stato assurto all'onore delle cronache, se davvero avevo capito un po' il mondo che stavo imparando a conoscere.
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9. UN ALTRO LAVORO LONTANO DA CASA.
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L'esperienza in via San Pio X mi aveva lasciato, come sempre in situazioni analoghe, un sapore metallico in bocca. Un freddo intenso nelle ossa, come se le stesse avessero un'anima posseduta dal diavolo degli inferi ghiacciati, a cui si accompagnava un vago senso di vertigine per la sensazione di vuoto appagamento. Il segnale dei tre colpi di campanello aveva anticipato di pochi secondi l'apertura di una porta che dava su un corridoio angusto e buio, lungo il quale si intravedevano due porte per lato ed una alla fine dello stesso. Dietro quella porta di ingresso era intanto comparsa una figura magra e minuta di donna in vestaglia rosa a fiori, di colore giallo, che non mi soffermai ad osservare con attenzione. Notai, invece, il naso importante e gli occhi, il cui taglio seguiva la linea discendente di una parabola che risultava perfetta per la descrizione di un sentimento molto prossimo alla malinconia. Diversamente, la bocca sorrideva e incorniciava una dentatura che sembrava ben curata.
"Ciao, buon giorno. Questo  il bagno" - disse spalancando la prima porta alla mia sinistra e facendomi segno di entrare. Il bagno era piccolo e non esattamente accogliente. La minuscola finestrella dava in un'altra stanza e non garantiva un buon ricambio d'aria. La cosa non mi piacque neanche un po' e mi cre un vago senso di disagio per la convinzione di non essere in un luogo esattamente igienico. Al contrario, gli asciugamani appoggiati su un tavolino piccolo e basso, parevano puliti e morbidi. Ne annusai uno e lo giudicai adeguato per asciugarmi prima la faccia, che avevo bagnato con abbondante acqua tiepida, e poi l'uccello, che sembrava non disdegnare la poco edificante situazione. Uscii dal bagno e mi introdussi nella stanza dalla quale mi sentivo gi chiamare: "Vieni. I soldi di Danilo lasciali l sul tavolo".
Il capo della Global Security mi aveva introdotto anche nel postribolo trentino. Mi lasciai aprire la cerniera dei pantaloni e sentii un risolino, forse di sollievo, presentandomi gi in condizione di non disturbare troppo con un supplemento di impegno che la donna si sarebbe evitata volentieri.
Mi fece indossare un profilattico, da lei stessa aperto rompendo l'involucro con i denti, e prese a massaggiarmi con la bocca finch capii che era inutile resistere al mio pudore.
Dopo meno di un'ora ero in strada a raggiungere la mia auto per andare in albergo. Da l avrei inviato i file audio delle registrazioni e le immagini che avevo scattato durante il mio appostamento mattutino. Un lavoro di un paio di ore, forse meno. L'hotel era in pieno centro, in prossimit della piazza principale, e lungo una delle vie che vi correvano intorno mi soffermai ad acquistare un paio di panini con wurstel e senape. Accompagnai il pasto con una Coca Zero e un paio di barboni, vedendomi bere dalla lattina, mi apostrofarono con un poco simpatico "Val! Lo smaccafam senza birra, mona!". Sorrisi senza un valido motivo per farlo e poco dopo ero in camera ad inviare i file al mio capo che chiamai anche al cellulare.
"Ciao Danilo" - partii sicuro.
"Ciao fratello. Stasera in loggia ti giustifico io. La tua assenza  dovuta al lavoro che credo sia stato egregio, a giudicare dalle prime foto che hai mandato".
Mi sentii di correggerlo. Erano le 15:20 e se fossi partito subito sarei riuscito ad arrivare in loggia per l'inizio dei lavori, alle 21:00.
"Questione di poche decine di minuti e posso partire. Per le nove ce la faccio ad essere al tempio" - gli dissi con precisione. Tuttavia, proprio mentre sostenevo la mia volont di tornarmene a casa, capii che Danilo non aveva parlato a caso.
"Credo che ci sia altro lavoro per te, a Trento. Un lavoro che non penso di potere dubitare come complicato e che ti porter via energie e tempo, sia per prepararti che per portarlo in fondo. Roba grossa, Andrea. Roba grossa".
Per quanto considerassi piacevole la cittadina, l'idea di fermarmi a Trento sine die, non mi faceva saltare di gioia, anzi.
"Quanto grossa? Spero non mi obblighi quass per troppo tempo" -dissi con franchezza.
Immaginai il sorriso sornione di Danilo, esattamente quello che sfoderava quando capiva di essere ad un passo dall'esercitare il suo potere di capo. Avevo fatto una concessione alla mia curiosit, chiedendo quanto importante fosse l'incarico, e quella domanda ingenua mi aveva fregato. Pensai di essere rimasto agganciato ad un nuovo incarico che adesso stava per essermi descritto. Danilo, invece, mi prese in contropiede.
"L'avvocato Tamanini ha apprezzato il tuo lavoro. La nostra esca ha cantato le tue lodi al cugino e questo al nostro cliente che vuole proporti un nuovo incarico.  piaciuto il giochino del travestimento del vigile. Non sono stato a rimarcare che il trucco  mio copyright ma la rapidit con cui hai agito  rimarchevole. I numeri del contatto li hai. Senti direttamente l'avvocato".
Non avevamo altro da dirci, avrei potuto accennare al fatto che avevo scoperto anche l'identit del truffatore ma preferii tacere, immaginando che gi fosse nota anche a Danilo. Composi, dunque, il numero dell'avvocato Tamanini.
"Buona sera avvocato, sono Solimani. Mi diceva Matteucci che mi stava cercando..." - fu il mio esordio, banale ma diretto.
"Vero. Buonasera Solimani, adesso ho persone. Ti ricerco fra un quarto d'ora al tuo numero. A dopo".
Mi liquid cos e attesi la sua chiamata facendo zapping alla TV della camera d'albergo. Quando suon il telefono mi ero quasi appisolato.
"Pronto..." - dissi un po' lento, scoprendo subito che l'avvocato era decisamente pronto.
"Buonasera, poco fa ero impegnato con il cliente per cui ci sentiamo. Fa il mediatore culturale per una cooperativa sociale che offre servizi di mediazione linguistica in ospedale. In pratica traduce, nei reparti di diabetologia e dialisi, ci che il medico dice ai suoi connazionali cinesi".
Ecco un esempio di possibilit di integrazione tra stranieri e italiani, pensai: la malattia.
"Il mio cliente si  rivolto a me nella speranza di recuperare circa dodicimila euro che suo cugino ha versato a un commercialista in cambio di un'assunzione fittizia in un'azienda, utile ad ottenere un permesso di soggiorno. Ho sommariamente cercato notizie sul commercialista ed ho fatto fare un po' di visure catastali ma senza ricavarne alcuna soddisfazione. Dal colloquio avuto con il mio cliente  emerso che  stato falsamente assunto proprio a Trento, presso alcune societ cooperative di facchinaggio, servizi e trasporti. Vorrei che verificassi se agli indirizzi che ti invier corrispondono le sedi delle cooperative. Mando tutto per mail".
Lavoro semplice, pensai.
"Va bene. Quante cooperative sono?" - domandai.
"Sono tre. Credo che in poco pi di due ore potrai fare il giro che ti chiedo. Recati agli indirizzi e deposita il curriculum che ti invier. Chiedi lavoro e fammi sapere con chi ti fanno parlare".
Due ore per tre colloqui di lavoro mi sembrano davvero poche, rimuginai.
"Va bene. Spediscimi tutto per mail. Domani ti faccio sapere qualcosa".
La posta dell'avvocato arriv pochi minuti dopo la fine della telefonata. C'era tutto: curriculum e indirizzi delle cooperative Crisalide, Veliero Trasporti e Ricerca e Progettazione. Via Perini 30, la prima; via Santa Chiara 12, la seconda e via Brennero 101, l'ultima. Mi recai alla reception dell'albergo e scaricai dal cellulare il file contenente il curriculum che avrei dovuto presentare l'indomani alle tre cooperative. Ne feci stampare cinque copie e dal portiere ebbi un sorriso in risposta al mio ringraziamento. In realt non lo annotai molto; un senso di inappropriatezza e vergogna stava tornando a fare capolino tra le pieghe del mio spirito, proprio mentre la sera stava cominciando a lasciare il passo a una notte che non si prefigurava per niente pacifica e tranquilla.
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10. LE TRUFFE DELL'AVVOCATO.
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La notte era passata, senza che il sonno l'avesse potuta cullare. La tentazione di lasciarsi andare al bere era stata notevole. La citt richiamava la mia vecchia maledizione e la notte, con i suoi pensieri confusi, mi spronava a cedere alla mia malattia. Avevo resistito ma non riuscire a prendere sonno mi aveva costretto ad accendere la TV senza riuscire a concentrarmi su nulla. Il pensiero continuava ad andare lontano dalle immagini, senza approdare a niente di stabile e sensato. Sentivo uno strano senso di oppressione e un'insoddisfazione costante pesarmi sulle spalle. La cosa che non riuscivo a comprendere era quale fosse la radice profonda dell'albero a cui stavo impiccando la mia tranquillit e, con quella, anche quel poco di autostima che raramente riuscivo a godere durante il tempo che trascorrevo in mia compagnia.
Mi ero alzato dal letto frequentemente. Ero stato pi volte in bagno e, in quelle occasioni, avevo visto la pesantezza delle mie occhiaie posarsi sulle guance stanche e tirate. Anche il volto mi era sembrato giallastro e ammalato come lo spirito, che percepivo come avvelenato, colpito da uno strano sortilegio scagliato da un nemico sconosciuto. Talmente sconosciuto da non riuscire a comprendere il motivo di quel malessere che mi lasci esausto fino alle quattro del mattino, quando finalmente riuscii a prendere sonno. Mi risvegliai appena quattro ore dopo il suono della sveglia telefonica appuntata la sera prima. La prima cosa che feci fu maledire il giorno, me stesso e quel poco di Dio che era rimasto a governare la tristezza degli uomini sulla Terra. Avevo davanti una giornata cupa a dispetto di una luce solare che i pi, probabilmente, avrebbero potuto definire bella e luminosa. Feci colazione subito dopo una doccia ristoratrice. Mi soffermai spesso, nella sala da pranzo dell'hotel, a dispensarmi caff amaro e lungo. Ne bevvi almeno tre tazze e provai cos a darmi la spinta necessaria per tornare ad occuparmi del secondo caso trentino: l'indagine sulle cooperative. Salutai la signora delle colazioni, grassottella e altera, e presi la via del garage dove avevo parcheggiato l'auto.
Dieci minuti dopo posteggiavo in una strada perpendicolare a via
Perini. Feci meno di cinquanta metri a piedi per raggiungere il civico 30. Cercai sulla pulsantiera il nome della cooperativa Crisalide ma non compariva. Ricontrollai il numero inviatomi dall'avvocato ed era giusto. Ero nel posto giusto. Rilessi i quattro nomi sui campanelli, dove non cera affatto Crisalide, scorrendo su Pradi, Scalf G., Scalf F. e un teutonico Obervillenbach. Fui tentato di chiamare subito l'avvocato ma mi trattenni; mi aveva colto un'idea di cui volevo verificare la giustezza prima di fare qualsiasi telefonata.
La seconda cooperativa non distava molto dall'indirizzo in cui avrebbe dovuto trovarsi Crisalide. Mi incamminai verso la cima di via Perini e voltai a sinistra, in direzione di via Santa Chiara. Raggiunsi il civico 12. I campanelli erano solo quattro: Siviera, Michele Ferramisco, Pradi - Lombardo e un campanello senza nome. Niente cooperativa Veliero Trasporti. Suonai al campanello senza nome una volta, due, tre. La quarta volta in maniera prolungata e infine un quinto squillo. Niente. Due indirizzi sbagliati su due forse non sono un errore, pensai; sono piuttosto una chiara indicazione, un indizio. Percorsi la strada all'indietro fino alla mia auto e mi misi alla guida per raggiungere via Brennero, immaginando cosa avrei trovato al civico 101.
Percorsi, a ritroso, la strada che gi conoscevo e che mi aveva introdotto nel centro di Trento il primo giorno. Costeggiai l'enorme giardino che nascondeva l'ingresso della stazione e, dopo meno di un chilometro, mi ritrovai in via Brennero, un'arteria ampia e trafficata. A poche centinaia di metri, trovai parcheggio e mi fermai. Una rapida manovra e scesi dall'auto. Al numero civico 101 corrispondevano circa nove famiglie e subito mi cadde l'occhio su una di queste: Pradi. Come in via Perini e in via Santa Chiara. Chiamai l'avvocato.
"Buongiorno, nessuna cooperativa nelle tre sedi indicate ma in ognuno dei tre palazzi abbiamo un inquilino che si chiama Pradi" - dissi tutto d'un fiato lasciando al mio interlocutore solo il tempo di inserire un breve 'buongiorno', prima di dargli la parola.
"Si conosce che cosa faccia il signore o la signora Pradi?" - disse intendendo, forse, quale fosse la sua professione.
"Non conosco neanche il nome, per la verit. Mi informo e le faccio sapere".
Mi piaceva essere efficiente e rapido, o perlomeno dare quell'impressione. Chiusi la comunicazione senza neanche salutare. Fotografai i nomi sui campanelli e mi diressi verso il primo bar che trovai a pochi passi dal civico 101. Ordinai un succo di pomodoro e la barista non si degn neanche di guardarmi storto per l'astrusa richiesta. Poi, sorprendendomi, armeggi nel frigo sotto il bancone e ne estrasse uno, probabilmente vecchio di qualche anno. Lo apr con il cavatappi e lo vers nel bicchiere che aveva posto di fronte a me. Mi tagli una fettina di limone che pos su un piattino da caff e spar dietro una porta. Rientr dopo pochi secondi con la saliera e un tubo di legno da cui far uscire, triturato, del pepe. Appoggi infine sul bancone la tipica bottiglietta rosso fuoco di tabasco.
"Potrei avere un elenco telefonico, per cortesia?" - domandai quasi cantilenando.
La barista mi indic una piccola scaffalatura e verso quella mossi un passo, quando per la prima volta la sentii parlare. "Il succo di pomodoro lo condisce da solo?". Certo, pensai, mentre roteavo la mano destra a significare: ora no, dopo.
Cercai subito Pradi sulle pagine bianche e ne trovai tre: Andrea, dottore commercialista; Giancarla; Romeo, geometra. Nessuno abitava in via Brennero, o in via Perini o in via Santa Chiara.
Recuperai la foto che avevo scattato, poco prima, ai campanelli del civico 101 e lessi il primo nome: Zenaide Gabelli. Cercai Gabelli...; a Trento neanche un'abbonata Telecom indicata sulle pagine bianche. Maledetti cellulari. Secondo nome sui campanelli fotografati: Ugo Pozzi. Lui c'era sul librone. Civico 101 di via Brennero. Bingo. Telefono: 0461262021. Composi il numero e rimasi in attesa. Rispose.
"Pronto?" - disse in modo impastato un adulto.
Mercoled mattina, ore 09:30, un adulto con voce assonnata. Immaginai un compagno di sbronze, secondo la peggiore tradizione dei bevitori del marted sera, e cominciai sapendo come rompere le scatole.
"Sono l'avvocato del dott. Pradi". Segu una pausa; non eccepiva. Quindi aveva capito che parlavo del vicino e che questo non era una donna. Via Giancarla, rimanevano il geometra ed il commercialista. In pi, il fatto che non avesse contestato il titolo di dottore associato al nome Pradi mi incoraggi.
"Praticamente l'avverto che se non ripara il danno al suo tubo, che sta
allagando l'appartamento del commercialista, saremmo costretti a fare intervenire le forze dell'ordine per toglierle l'acqua" - dissi petulante, indovinando sia il tono che il Pradi giusto. Il compagno di sbronze rispose.
"Macch forze dell'ordine e che tubo e tubo del mona, che quel bel commercialista l ha la casa che  sotto tre piani, diglielo al politicante di mer..."
Terminai la comunicazione premendo sul pulsante rosso del mio cellulare e chiamai subito l'avvocato.
"Caro avvocato, il dott. Pradi si chiama Andrea e fa il commercialista".
Sentii una pausa alla fine della quale l'avvocato domand: "Te la senti di ascoltare una bella storia?".
Le belle storie dell'avvocato, generalmente truffe, mi piacevano. Mentalmente avevo gi il sedere appoggiato su una poltrona immaginaria. Mi dissi interessato e cominciai a sorseggiare il succo di pomodoro a cui avevo aggiunto solo un po' di sale e pepe.
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11. LA MAFIA CINESE NON FA PRIGIONIERI.
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"Il mio cliente  un cinese di seconda generazione. Giovane, non avr pi di venticinque anni.  venuto nel mio studio per recuperare dodicimila euro sottratti con l'inganno ad un suo cugino. Dice di volerli recuperare senza ricorrere agli aiuti e all'interessamento di qualche altro cinese. Leggasi la triade, tanto per capirci".
L'avvocato era partito spedito con il suo racconto mentre mi stavo accomodando ad un tavolino in disparte del bar trentino in cui mi trovavo.
"Suo cugino pare avesse consegnato un terzo della cifra ad un intermediario, italiano, della cooperativa Crisalide, affinch risultasse assunto presso di loro. I rimanenti due terzi, contratto di assunzione alla mano, li aveva consegnati ad un responsabile della cooperativa Veliero Trasporti, che pare fosse il commercialista delle due cooperative cos come della terza, Ricerca e Progettazione, presso cui poteva essere inserita, seppure solo formalmente, la sua fidanzata".
Fin qui niente di nuovo, perch gi sommariamente illustrato prima di affidarmi quell'incarico.
"Mancava la certezza sul nominativo del commercialista che, infatti, si era presentato sotto falsa identit. Il nome fornito  infatti diverso da quell'Andrea Pradi che sembra tu abbia scoperto. Sempre che sia lui e non un'ulteriore foglia di fico a copertura della truffa. Credo che a questo punto si possa presumere l'esistenza di una rete di ditte cooperative fantasma, create appositamente dal commercialista per instaurare i rapporti di lavoro da cui discendevano i permessi di soggiorno".
Vista la mia esperienza nel settore amministrativo mi permisi di interrompere il mio interlocutore.
"Ci implica, comunque, la connivenza con almeno un consulente del lavoro, che  il solo abilitato ad inoltrare le comunicazioni di avvio dei rapporti di lavoro".
La mia precisazione non sembr interessare l'avvocato che, per, puntualizz: "Non ci interessa allargare l'indagine e in ogni caso mi risulta che la comunicazione di assunzione non  stata fatta. Da qui il danno subito dal cugino del mio cliente. Ci interessa soltanto recuperare il maltolto, cosa della quale devi occuparti tu, ma non da solo. Oggi pomeriggio arriveranno i rinforzi necessari a concludere la transazione". Rimasi in silenzio e in attesa di altre indicazioni. "Potrai passare a prendere il tuo socio che dovrebbe arrivare verso le 17:00 alla stazione di Trento. Lo riconoscerai subito, perch non credo che possano scendere a Trento tanti cinesi alti un metro e novanta per cento chili di muscoli". Ne ero convinto anch'io. "Una sola accortezza prima di passare a prendere il cinese: trova il commercialista e tendigli la trappola giusta per riprendergli i dodicimila euro".
Fu lapidario e conciso. Io d'accordo con lui: quanto prima avessi finito, tanto prima sarei potuto rientrare a Prato.
"Buona giornata avvocato" - augurai prima di chiudere la conversazione.
Feci per uscire dal bar quando mi sentii chiamare: "Ehi! Qui si paga dopo aver bevuto e prima di andare via". Vero. Che pessima figura avevo fatto! "Mi scusi, ero distratto" - dissi sganciando una banconota da cinque euro senza attendere il resto. "Mi scusi ancora" - bofonchiai in direzione dell'uscita.
Chiudendomi la porta alle spalle sentii una frase che immagino fosse in tedesco: "Italienischen verdammt Dieb". Tralasciai la richiesta di traduzione e mi incamminai verso l'auto. Dentro l'abitacolo cercai su Google Andrea Pradi commercialista Trento. La prima voce fornita dal motore di ricerca individuava in via Verona 15 lo studio del commercialista. Con Google Map verificai la strada da fare e mi misi alla guida, seguendo la lentezza del traffico trentino che cominciava a soddisfare il mio bisogno di lasciarmi andare al quieto vivere.
In meno di venti minuti ero arrivato all'obiettivo. Era l'ora di pranzo ma il succo di pomodoro aveva lenito il senso di appetito che, di solito, scoccava puntuale. Attesi in auto che accadesse qualcosa o che qualcosa mi potesse venire in mente per scovare il mio attenzionato.
Vuoi vedere che il nostro amico ha un profilo facebook... pensai.
Cercai sul social e lo trovai al terzo tentativo. Andrea Artiglio Pradi, con tanto di foto del profilo in bella mostra, come se niente fosse; come se la propria identit truffaldina potesse essere talmente fantomatica da poter tranquillamente vivere la propria da Andrea detto Artiglio.
La forza del narcisismo da social mi aveva fornito un'ottima immagine, che studiai bene prima di decidere sul da farsi. Alla fine, optai per affrontare la situazione a viso aperto e lasciai l'auto per andare verso lo studio del commercialista, fortunatamente non troppo lontano.
Trovai all'ingresso un uomo sui quarantanni, vestito casual ma con cura. Colori chiari non esattamente di moda ma, visto da dietro, con un'apparenza decisamente benestante. Apr la porta e voltandosi mi accenn un breve saluto, una sorta di smorfia dietro la quale riconobbi Andrea Artiglio Pradi, il commercialista truffa-cinesi con i permessi di soggiorno falsi. Bene. Salimmo sull'ascensore che aspettava al piano terra. "Che piano?" - domandai. "Terzo" rispose senza accennare ad altro.
Schiacciai il pulsante numero due e scesi al secondo piano, attendendo che le porte dell'ascensore si richiudessero. Quindi, discesi al piano terreno prima di uscire dal palazzo anni Ottanta e guadagnare la mia postazione in auto per chiamare l'avvocato.
"Dovrebbe farmi la cortesia di avvertire il lottatore di Sumo" - mi odiai per come mi ero espresso - "di raggiungermi in via Verona 15. Ho trovato il commercialista e lo devo tenere sotto controllo".
L'avvocato avrebbe fatto il suo dovere. Non rimaneva che aspettare.
Osservai a lungo il terzo piano: due finestre ampie con le tapparelle alzate. Da una ogni tanto si intravedeva una ragazza - immaginai la segretaria - che si muoveva dalla scrivania a quella che doveva essere una stampante, dato che ne traeva dei fogli. L'altro lato del palazzo, al medesimo piano, appariva chiuso e disabitato. Ricevetti una mail sul cellulare dal maestro Danilo. Era la tavola massonica letta la sera precedente durante i lavori della loggia Uguaglianza e Lavoro a cui aderivo insieme al mio capo, il quale mi invitava, nel corpo della mail, a collegarmi al sito Notizie di Prato. Cominciai a leggere il file allegato alla mail. Il relatore, ancora una volta il maestro primo sorvegliante, descriveva le attivit malavitose della triade cinese, la quinta mafia italiana dopo la siciliana, la calabrese, la campana e la pugliese. Ancora una volta notai nelle parole del maestro primo sorvegliante un odio sordo nei confronti del popolo orientale. Mi soffermai soprattutto su un passaggio: "La mafia cinese non fa prigionieri. Quando li fa, li storpia a vita. All'ospedale di Prato sono arrivati due cinesi con le budella
fuori dal ventre. Sono stati affettati con precisione chirurgica e gli sono saltati sullo stomaco per espellere le interiora, mentre la scatola cranica  stata portata a lucido, avendo provveduto a scuoiarli, cos come gli indigeni americani facevano con i nemici uccisi. Le clavicole dei due concittadini sono state trafitte con chiodi forgiati a mano lunghi almeno quindici centimetri".
Non capivo quale funzione potesse avere una descrizione cos realistica e cruenta, se non quella di suscitare raccapriccio e, al contempo, un profondo fastidio verso l'intera comunit orientale pratese. Intanto, un esponente di quella comunit, alto quasi due metri, stava bussando al finestrino della mia auto. Pur pensando che non sarebbe stata sufficiente ad accoglierlo, mi feci coraggio e aprii la portiera del lato del passeggero. Il cinese mont in auto, portandola ad inclinarsi sulla propria destra, poi si volt verso di me e mi guard come avevo sempre immaginato si potesse fare con un condannato a morte.
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12. LA RISCOSSIONE.
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"Mi chiamo Matteo Liang" - disse senza altro aggiungere. Accost il capo al poggia testa del sedile del passeggero e chiuse gli occhi. Io sgranai i miei e, se il mio umore lo avesse concesso, avrei pure fatto una risata. Il socio inviatomi da Prato per poter recuperare i dodicimila euro del cugino del cliente dell'avvocato era arrivato e non aveva trovato di meglio da fare che addormentarsi in auto. Probabilmente aveva capito, o era stato informato, che non potevamo fare altro che aspettare il momento propizio per agire. Aveva lasciato me a vegliare durante l'attesa. Per, il fatto di essersi messo a dormire significava anche che era talmente sicuro di s e della propria invulnerabilit da potersi permettere di dormire nell'auto di uno sconosciuto.
Tornai a guardare verso il terzo piano, nella direzione dell'ufficio del commercialista. Tutto tranquillo. Andai su internet per sbirciare qualche notizia sul sito Notizie di Prato e rimasi agghiacciato nel leggere quella di apertura: "Trovato il cadavere di un cinese lasciato nel parcheggio della Pam di via Pistoiese". L'articolo, a firma Nadia Parente, recava una descrizione delle condizioni in cui si trovava il morto al momento del ritrovamento, avvenuto alle 05:30 da parte di alcuni operatori dell'azienda che si occupa della pulizia delle strade. Nadia Parente sottolineava il fatto che al cadavere, di cui non si conosceva l'identit, erano state amputate tre dita della mano sinistra. Il senso di inquietudine per i fatti descritti e, soprattutto, per il reiterarsi dell'elemento simbolico dell'asportazione delle tre dita, mi convinsero a telefonare a Danilo. La voce registrata della compagnia di telefonia mobile mi annunci che era irraggiungibile. Provai di nuovo, senza successo. Probabilmente Danilo aveva staccato il telefono.
Poich dal terzo piano continuavano a non arrivare novit, mi rimisi a leggere le notizie sul sito di informazione pratese e mi colp un'altra notizia fra le tante. Per la maggior parte dei lettori probabilmente non aveva un significato particolare ma per me s, eccome. Il pezzo, per altro breve, titolava cos: "Il prof. Massimo Simonetti rassegna le dimissioni da presidente dell'ordine degli avvocati. Incarico lasciato
per imprecisati motivi familiari". Avere scoperto che il figlio del presidente degli avvocati, Giovanni Maria Simonetti, era a capo di una truffa a Trento era stato, evidentemente, l'argomento con cui l'avvocato Tamanini, cliente della Global Security, aveva convinto il presidente dell'ordine a rassegnare le proprie dimissioni. Ed io ero stato lo strumento investigativo che aveva permesso la dimostrazione del sistema truffaldino messo in piedi dal figlio del presidente dell'ordine. In quel momento vidi abbassarsi le avvolgibili della finestra della segreteria del commercialista. Pochi minuti dopo la donna usc dalla porta del palazzo. Decisi di agire e mi trovai costretto a svegliare Liang dal sonnellino a cui si era dedicato fin dal primo minuto in cui era salito in macchina.
"Sveglia Matteo.  arrivato il momento di andare a riscuotere la nostra quota. Sai cosa dobbiamo fare?" - domandai. Si pass l'indice e il medio delle mani sugli occhi e li stropicci per qualche secondo, prima di rispondere: "S. Dobbiamo farci coprire le spese gi sostenute senza farci rilasciare la ricevuta. Sai chi dobbiamo visitare, immagino".
Gli mostrai la foto del profilo facebook di Andrea Artiglio Pradi. Intanto controllavo che il nostro amico continuasse a rimanere in ufficio.
"Bene. Sono pronto" - disse scendendo subito dall'auto e muovendosi rapidamente verso l'ingresso del palazzo. Lo seguii veloce per precederlo nel suonare il campanello del commercialista. Un minuto di silenzio e di attesa. Suonai di nuovo.
"Chi ?" - si decise a rispondere il commercialista, ignaro della visita che stava per ricevere.
"Siamo della Global Express. Dobbiamo consegnare un pacco per il presidente della Crisalide" - risposi aspettando la reazione che tardava ad arrivare.
"Guardi, non capisco perch suona a me, se deve consegnare un pacco a questa Crisalide..." - pronunci sostenuto.
"Sulla bolla d'accompagnamento ce scritto dott. Pradi, consulente Crisalide. Di pi non so dire. Ci apra per favore che il pacco  pesante" - rilanciai prontamente.
Schiocc l'apriporta e il commercialista al citofono ci ammon: "Lasciatelo l".
Per nulla sorpreso dalla proposta provai a ribattere: "Se vuole lo lasciamo all'ingresso, con quello che pesa non ci pare il vero, ma dovrei
salire per farle firmare la ricevuta per l'avvenuta consegna" - dissi passando da noi' a 'io' per tranquillizzarlo. Volevo dargli l'impressione che sarei salito da solo per la firma, mentre Liang era gi per le scale e gi alla terza rampa. Entrambi sapevamo, senza essercelo detto, cosa avremmo dovuto fare e con quali ruoli: io ad intrattenere il pollo, lui a spennarlo vivo.
Indossammo i passamontagna che Liang aveva portato con s per la missione trentina, proprio mentre il commercialista mi invit a procedere: "D'accordo, salga, terzo piano".
Al piano trovai la porta aperta e Liang che massaggiava la propria mano destra. Per terra, il commercialista era con le mani sulla bocca a coprire un rivolo di sangue che gli scendeva lungo il mento. Gli occhi erano sorpresi e spaventati. Richiusi la porta dietro le mie spalle. Il parquet sul quale il commercialista rimaneva seduto e fermo era di legno scuro con i listelli disposti a lisca di pesce. La stanza della segretaria fungeva da ingresso e la sua scrivania da collaboratrice del commercialista-spenna-immigrati-clandestini campeggiava in prossimit dell'ampia finestra da cui l'avevo spiata durante tutto il pomeriggio. Non mi soffermai ad osservare i numerosi quadri alle pareti, nonostante sia la prima cosa che generalmente guardo quando entro in un ambiente che non conosco. Ero troppo agitato dalla situazione per potermi distrarre dal compito e dal commercialista che continuava a rimanere seduto a terra, con le spalle appoggiate alla parete.
"Si alzi. Non faccia cazzate. Bruce Lee odia le cazzate. Non vorrei doverla aiutare a ricercare i suoi denti sparsi per la stanza" - dissi facendo schifo, non tanto per quello che avevo detto ma per il sottile piacere sadico che stavo provando. Vedere impaurito un maiale sfruttatore di disgraziati, come sono gli immigrati clandestini, mi dava una strana ed inedita vertigine di piacere di cui, per, non provavo vergogna.
"Vogliamo aiutare il nostro amico a rialzarsi?" - continuai rivolgendomi a Liang, a cui bast un passo verso il commercialista per farlo alzare di scatto, appiattirsi alla parete e sbattere contro un tavolino basso dal quale caddero dei depliant.
"Su, si accomodi nel suo studio. La seguiamo subito" - incalzai.
Il commercialista non profer parola e caracollando si diresse verso la porta d'ingresso della propria stanza. Liang lo segu rapidamente
mentre io raccoglievo una delle brochure cadute a terra. Era propaganda politica datata, peraltro, svariati mesi prima. Sulla pagina frontale si vedeva il faccione sorridente ed altero del commercialista - labbra fini e mento pronunciato un po' alla Robert Mitchum, il famoso attore americano d'altri tempi, ancora ben presente nella memoria dell'elettorato anziano a cui si rivolgeva il messaggio politico: "Contro l'arroganza extracomunitaria, dalla parte delle tradizioni dei nostri nonni". E sotto, a lettere cubitali: VOTA ANDREA PRADI. VOTA M.A.T., il Movimento per l'Autodeterminazione Trentina; la lista civica a favore della vera integrazione: a casa loro". Bel messaggio, chiaro ed inequivocabile. Mi passai un paio di volte la mano sinistra sugli occhi. Tirai su col naso e scossi il capo. Sentivo la rabbia crescermi dentro. Mossi quei pochi passi che mi portarono nello studio del grande politico.
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13. UNA VIOLENZA PSICOLOGICA.
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"Vorremmo quei dodicimila che hai rubato al cugino di Bruce Lee a Prato. Hai presente?" - domandai con una certa carica di cattiveria. Ero passato dal 'lei' al 'tu'. Lui scosse il capo.
"Allora vuoi fare arrabbiare il mio amico". Scosse di nuovo la testa, mentre continuava a tenersi la mano sulla bocca. "No, no" - tartagli. Poi toss, piegandosi su di s, e continu: "Non so chi sia il cugino".
Pensai che il gioco stesse cominciando a durare un po' troppo ma il commercialista mi anticip: "Ho avuto scambi commerciali con molti orientali, ultimamente, e quasi tutti di Prato". Schifoso, pezzo di merda, pensai, ma preferii infierire ironizzando: "Ah, li chiami orientali e non musi gialli. Leggendo il tuo volantino del cazzo mi sarei aspettato un altro lessico".
Liang sbuff e capii che occorreva concludere. "Dacci i dodicimila e poi sapremo noi a chi restituirli". Fece s col capo e si avvicin alla cassettiera della scrivania. Liang lo anticip prendendogli un braccio e storcendoglielo dietro la schiena. Il commercialista lanci un urlo e in cambio si prese un ceffone che lo ammutol e lo fece vacillare sulle ginocchia.
"Ok" - dissi - "guardo io nel cassetto". Aprii il primo dove si trovavano solo penne e cancelleria varia.
"Nel terzo cassetto c' la chiave di una cassetta di sicurezza a muro" -mi sugger il commercialista che aveva un occhio gi violaceo.
Trovai la chiave e la mostrai a Pradi. "Dov'?" - intimai. Sempre pi umiliato, mi indic la parete a destra della scrivania, dove era appesa una bella stampa di Fortunato Depero. La staccai dal muro e la posai a terra; infilai la chiave e aprii la cassetta di sicurezza. Dentro c'era una busta gialla; la aprii e vidi che conteneva banconote. Diciannove banconote viola da cinquecento euro, novemilacinquecento euro in tutto.
"Ne mancano duemilacinquecento, stronzo" - sibilai. " tutto quello che ho" - rispose affannato.
Decisi di uscire dalla stanza per fare una telefonata. Avrei chiesto se novemilacinquecento euro avrebbero potuto bastare. Il Pradi, dopo le botte prese, non poteva essere in condizione di bluffare. Forse ci saremmo dovuti accontentare. Nel tempo di due squilli, sentii provenire dall'altra stanza il rumore sordo di due colpi esplosi in rapida successione che mi convinsero a chiudere il telefono e a tornare dentro. Trovai di nuovo il commercialista a terra con le mani protese verso Liang per cercare di bloccare il terzo pugno in arrivo, che atterr con forza e precisione in pieno volto. Il commercialista ne rimase martoriato e a stento indic una cassettiera che stava a fianco della porta d'ingresso del suo studio.
"Ho altri soldi, l dentro. Primo cassetto. Ce una busta attaccata alla parete interna e superiore della cassettiera" - ebbe ancora fiato di dire.
Capii il trucchetto del nascondiglio e aprii il primo cassetto tirandolo a me per met. Infilai la mano e la feci scivolare lungo la parte superiore della cassettiera, fino a trovare la busta. La presi e ne guardai subito il contenuto. Dentro c'erano ancora settemilatrecentocinquanta euro. Ne trattenni duemilacinquecento, che misi in tasca, e consegnai gli altri, a copertura delle spese, al mio gigantesco socio. Poi mi dedicai al commercialista, avanzando un invito che lo fece trasecolare: "Togliti pantaloni e mutande, frocio di merda". Con la coda dell'occhio vidi sobbalzare anche il mio socio Liang. "Muoviti!" - dissi con tono di voce pi sostenuto, prima di aggiungere: "Bruce, vuoi convincerlo tu?".
Liang era immobile e mi guardava interrogativo. Pradi, invece, era sbiancato.
"Togliti i calzoni e gli slip. Muoviti grand'uomo" - incitai, mentre gi mi avvicinavo a lui. In quel punto, con tutta la cattiveria e la rabbia che covavo da non so quanto tempo, gli mollai un calcio a piena forza. "Forza finocchio succhia cazzi, fammi vedere il tuo culo fetente. Uomo di merda" - tuonai sprezzante.
La stanza trasudava di un nervosismo che di certo il commercialista non si aspettava come aperitivo serale. Sferrai un altro calcio che, per mia fortuna, lo colp in pieno petto, togliendoli il respiro. Se lo avessi mancato, sarei sicuramente finito a terra. Mi sentii afferrare alle spalle da Liang, mentre stavo per colpirlo di nuovo. Il colosso cinese mi spost e si chin leggermente sul commercialista, oramai ridotto in volto a una maschera di sangue rigata da espressioni trasfigurate dal dolore.
" meglio se fai come ti dice. Faremo presto, vedrai" - gli sugger Liang.
Quella che doveva essere una rassicurazione suon come un'ulteriore minaccia a cui Pradi cedette, forse perch conscio di non riuscire pi a sopportare altre botte, soprattutto se inferte da Liang. Ammansito dai colpi e ormai disposto a subire anche l'ultimo affronto, si tolse le scarpe e i pantaloni. Infine si sfil anche gli slip, che lasci cadere accanto a s coprendosi il pube con le mani. Mi avvicinai e presi le scarpe, i pantaloni e le mutande. Li infilai in una borsa da palestra che avevo gi adocchiato in prossimit dell'attaccapanni della stanza e feci cenno a Liang di andare. Prima di farlo spacc i due cellulari che si trovavano sulla scrivania del commercialista ed io, colto il suggerimento, feci lo stesso con l'apparecchio fisso posto sulla scrivania della segretaria. Con il cordless del commercialista uscimmo entrambi dallo studio, sbattendo la porta di ingresso, e percorremmo a piedi le tre rampe di scale. Salimmo sull'auto e mi maledii, pensando che avevo posteggiato troppo vicino allo studio. Il commercialista avrebbe potuto affacciarsi, riconoscere il modello dell'auto e annotare la targa. Guardai verso la finestra al terzo piano e, nonostante avessi il cuore in gola, apprezzai il fatto che non si stesse affacciando nessuno. Ingranai la prima e scattai in carreggiata in una direzione a caso, comunque lontano dal luogo di quel pestaggio che mi aveva visto sadico protagonista. Non mi vergognavo di quello che avevo fatto, di tutta quella violenza fisica e psicologica.
Costeggiai un torrente e mi soffermai in prossimit di un ponticello da cui gettai la borsa con le scarpe, i pantaloni e le mutande del commercialista-spenna-immigrati e i passamontagna che ci avevano coperto il volto, lasciando liberi soltanto gli occhi. La mia richiesta di farmi consegnare quegli indumenti aveva avuto il senso di esercitare una banale e volgare violenza psicologica. Al tempo stesso, avevo determinato un ulteriore deterrente, la nudit, al fine di dissuadere la vittima da qualsiasi velleit di darsi al nostro inseguimento. Una piccola assicurazione a tutela della nostra via di fuga.
Passai quindi dall'albergo per raccogliere le mie cose e saldare il conto. Mi feci rilasciare la fattura e restituire la carta di identit consegnata alla reception il giorno del mio arrivo. Il documento, un falso ricevuto alla partenza da Prato da Carmen della Global Security, era prezioso e, per quanto bene realizzato, non poteva rischiare il vaglio della polizia,
qualora fossi stato fermato per le vie cittadine. Pagai in contanti, senza che ci suscitasse la curiosit dell'impiegato dell'albergo, salii in macchina e detti un'occhiata al sito Notizie di Prato. La prima era dedicata al ritrovamento in un'area abusiva di Viaccia, alla periferia ovest della citt, di un'ingente quantit di rifiuti della lavorazione tessile - scarti di apparecchiature elettriche dismesse e residui di ferro. L'intervento della polizia provinciale aveva messo fine alla gestione illegale dell'attivit. L'accertamento effettuato aveva portato al sequestro dell'area, circa quattrocentocinquanta metri quadri, e alla denuncia del responsabile - un cittadino italiano - alla Procura della Repubblica.
Misi in moto l'auto. Non domandai a Liang se volesse un passaggio a Prato o se preferisse essere accompagnato alla stazione. Il gigante cinese stava di nuovo dormendo.
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14. LE BARE IN FABBRICA.
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"L'incendio in un capannone nella zona del macrolotto. I corpi tra le macerie dei loculi in cartongesso dove gli operai di origine cinese dormivano. Il Presidente della Regione: Qui niente diritti umani". Il Tirreno on line aveva aperto cos la notizia del giorno. Una notizia che aveva assunto carattere nazionale.
"I letti in fabbrica si sono trasformati nelle loro bare per una strage avvenuta nel nome del denaro. Sette operai cinesi sono bruciati vivi in un incendio che nella mattinata ha distrutto un'azienda tessile gestita da orientali" - scandiva Danilo, leggendo ogni parola con solennit commisurata al tono e alla drammatica teatralit dell'occasione. "Le fiamme si sono sviluppate, per cause ancora da accertare ma probabilmente accidentali, intorno alle sette e solo dieci ore dopo si  potuto chiudere un bilancio ancora provvisorio" - continuava a leggere sul foglio che aveva stampato nel pomeriggio in ufficio, quando mi aveva chiamato per preparare la tornata rituale in loggia alla quale ora si partecipava.
Quelle parole le avevamo lette tutti ma la luce fioca che illuminava la loggia rendeva il messaggio trasmesso da quell'articolo on line emotivamente pi carico, evocando immagini tragiche e lugubri. Continu dopo una pausa abbastanza lunga da far ricaricare le pile ad ognuno.
"La morte sul lavoro, che sorprende durante il riposo sul posto di lavoro, in ambienti insalubri e pericolosi non pu essere liquidata sostenendo che  un problema esclusivamente della comunit dei cinesi. La loro dabbenaggine, lo scarso decoro delle loro abitazioni costruite in cartongesso dentro le fabbriche, il disprezzo per la sicurezza propria e dei propri simili sono la cartina di tornasole di un imbarbarimento della civilt che anche noi, occidentali, concorriamo a costituire. Il Grande Architetto dell'Universo invita tutta l'umanit all'utilizzo del compasso e del regolo, affinch tutti gli uomini possano misurare con intelligenza e rettitudine il proprio agire. Il Grande Architetto dell'Universo anima lo spirito di ogni componente della societ e investe ognuno di noi del compito di far crescere l'umanit nel suo complesso
e utilizzando la coesione quale strumento per non disperdere alcuno".
Mi sorprese per l'utilizzo appropriato della lingua italiana e per la bellezza del concetto espresso. Danilo era legato alla cultura volteriana, quella degli illuministi che sfamarono i rivoluzionari francesi con il trittico valoriale dell'uguaglianza, della fratellanza e della libert. Secondo quella cultura e quella sensibilit nessuno poteva essere escluso dalla possibilit di crescere intellettualmente, socialmente e spiritualmente.
Si lanci, quindi, verso il finale del discorso.
"La morte di sette uomini  la sconfitta della nostra citt, dei valori, come il lavoro, su cui abbiamo forgiato la nostra capacit di stare insieme. Uomini che muoiono sul lavoro sono simbolicamente la fine della citt che abbiamo conosciuto ricca ed operosa, dove tutti concorrevano alla composizione di un interesse che rispondesse alle esigenze degli imprenditori, degli artigiani, degli operai e dei commercianti. Quando il lavoro genera morte, viene a mancare il mattone principale su cui costruire il nostro tempio, quello in cui far crescere il nostro spirito e forgiare la nostra comunit".
Danilo concluse abbassando il braccio destro e distogliendo cos la mano dalla gola su cui era rimasta in contatto per tutto il tempo dell'intervento. Si mise poi a sedere sul proprio scranno da secondo sorvegliante e solo allora il maestro venerabile dette la parola al maestro primo sorvegliante.
"Nei nostri riti di chiusura dei lavori in camera di apprendista recitiamo una formula che mi piacerebbe che tutti, maestri e compagni e apprendisti, tenessimo a mente. Lo dico per primo a me, prima di dirlo a tutti. Noi diciamo di volere edificare templi alla virt e di scavare oscure e profonde prigioni al vizio. Quando descriviamo le condizioni in cui decidono di vivere quei cinesi che adesso giustamente piangiamo, possiamo forse pensare che questi possano, con i loro stili di vita, edificare templi alla virt? Cosa ce di virtuoso nella scelta di modificare strutturalmente il capannone in cui dovrebbero lavorare e dove invece stipano brandine e cucine da campo, come se ancora si trovassero nel loro paese? Vogliamo forse sostenere la bont degli insegnamenti che derivano da quella civilt che non riesce a dividere il tempo e lo spazio del lavoro da quello della sacrosanta ricreazione e del
riposo? O preferiamo, pi opportunamente, immaginare che scavando le oscure prigioni al vizio non facciamo altro che prepararci a spingere quella civilt nelle sue profondit? Maestro venerabile mi rivolgo a te che brilli ad Oriente, perch tu possa illuminarci con la tua saggezza. Non  forse giunto il tempo di utilizzare la nostra spada iniziatica per indicare il cammino agli spiriti liberi che, dentro la nostra officina e fuori da questa, possano lavorare per la costruzione di un tempio che escluda coloro che vivono nel vizio?".
Il discorso del maestro primo sorvegliante fu forte e ben articolato. Leggevo sui volti dei fratelli apprendisti, accomodati nella fila di sedie opposta a quella dei compagni su cui sedevo io, l'espressione propria di chi rimane positivamente colpito dall'eloquio dell'oratore. Avrei potuto rispondere raccontando la storia della mia azienda, oramai lasciata fallire dai proprietari che avevano preferito, dopo anni di lavoro delegato in conto terzi ai cinesi, lasciare andare tutto a rotoli. I proprietari, peraltro come tanti altri loro colleghi, avevano investito in borsa ed affittato i capannoni ai cinesi che continuavano in una produzione, soprattutto confezioni, che avevano ricevuto in comodato gratuito dal sistema industriale pratese. Me ne rimasi invece in silenzio, come facevo da quando ero stato iniziato alla vita massonica, conscio che ascoltare sia la migliore palestra di vita. Intervenne allora il maestro venerabile.
"Prima di chiudere i lavori anche io voglio ricordare a me, prima che a noi tutti, la storia urbanistica della citt" - cominci il maestro venerabile che, nella vita profana, svolgeva la professione di architetto. "Prato  una tra le prime citt dove  stato possibile applicare il concetto, urbanistico, di mixit. La spontaneit con cui si  manifestata la strategia progettuale tipica della fase di passaggio da un modello produttivo ad un altro, indica una propulsione alla commistione di stili e di funzioni degli edifici. La convivenza, nel medesimo spazio, di abitazione e fabbrica  il modello di sviluppo su cui si sono basati questa citt e l'intero distretto. Gli artigiani avevano lo stanzone con le macchine tessili al piano terra e l'abitazione al piano superiore. Questo molto prima che arrivassero i cinesi. Vi sono intere zone di citt che ancora certificano la sussistenza di quel modello urbanistico e produttivo. I cinesi a Prato hanno trovato semplicemente il miglior posto dove insediarsi, poich la cultura su cui si  fondata Prato  la stessa che ha prodotto la commistione tra luoghi della produzione e quelli del riposo".
Aveva dato torto ad entrambi i maestri sorveglianti ed era stato il migliore dei tre. Prato non aveva perso se stessa ma aveva confermato la propria idea di lavoro. Al contempo, i cinesi avevano trovato nella citt laniera il posto pi consono e simile a loro per garantire il proprio insediamento. Durante il rito di chiusura versai un obolo ricco per la soddisfazione che avevo ricevuto dai lavori massonici portati a termine.
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15. UNA RISATA VI SEPPELLIR.
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Trascorsi quella mattina in attesa della riunione a cui Danilo mi aveva invitato la sera precedente. I lavori in loggia non mi avevano sollevato da quel senso di inquietudine che mi portavo dentro da diversi giorni. Gravava sul mio cuore il peso di un'oppressione che non riuscivo a cogliere nella sua causa profonda. In realt, pensavo, la mia situazione materiale stava migliorando. I miei incarichi di investigatore a nero presso la Global Security mi permettevano un tenore di vita che non ricordavo dal periodo in cui il mio impiego da responsabile amministrativo mi dava da mangiare e bere in quantit e qualit. La mia solitudine sentimentale non mi pesava pi da tempo. Avevo trovato nello spazio vuoto della mia abitazione una tranquillit che ritenevo irrinunciabile, una libert che non pensavo di condividere, poich determinata proprio dal silenzio e dalle assenze. Eppure, quel senso di profondo disagio non mi lasciava neanche un secondo. Mi rendeva faticoso prendere sonno la sera quando, nel buio della mia camera da letto, brillava il mio tentativo di portare a compimento la mia indagine pi complicata, quella che riguardava il mio malessere, il significato profondo e caotico della mia attuale esistenza. Avevo risolto qualche caso banale ma con una certa brillantezza e rapidit, l'esperienza da carabiniere aveva acuito, probabilmente, una mia naturale predisposizione all'indagine. Quella interiore, per, non stava sortendo alcun risultato incoraggiante.
Mi alzai stanco dal letto, andai in bagno e urinai standomene seduto sul water. Mi lavai la faccia e il collo. Poi insaponai e risciacquai il petto e le ascelle. Guardai il ventre prominente e ricordai quando, venti anni prima, era piatto e scolpito da un'attivit fisica costante. Mi passai la mano sulle guance, dal basso verso l'alto. Sentii i peli ispidi far capolino dalla pelle del volto. Decisi di farmi la barba, lasciandomi un po' di peluria nella zona intorno alla bocca, ma soltanto sopra le labbra. Non avevo mai provato a farmi crescere i baffi e mi lanciai nel tentativo di caratterizzare il mio volto con un baffo che scendesse fino al mento, senza che ci potesse diventare un pizzetto di cui erano pieni
troppi volti maschili contemporanei. Scelsi di vestirmi prediligendo il grigio al quale il mio mestiere mi stava abituando. Pantaloni e camicia in tinta e giacca antracite; scarpe nere. Ripensai all'ultima volta che avevo indossato quella giacca, a Firenze. Prima di chiudere la porta e di scendere le scale mi colp di nuovo un'ondata di insoddisfazione, talmente dura da diventare angoscia. La mente sub forte una vertigine e ci mi obblig a respirare a bocca aperta, mentre il cuore mi pareva avesse cominciato a correre con troppa energia. Mi appoggiai allo stipite della porta. L'ultimo pensiero prima della vertigine mi sfugg rapidamente dalla testa, poich questa era gi entrata nel vortice della paura. Sgranai gli occhi come se potessero respirare quell'aria che sembrava mancarmi dai polmoni e mossi un passo verso l'interno del mio appartamento. Lessi la frase riportata sul manifesto anarchico che avevo affisso in salotto: "Sar una risata che vi seppellir". L'anonimo autore della massima mi era giunto in soccorso. Mi stavo riprendendo dal panico che mi aveva aggredito. Mi sentivo sudato e al contempo avevo freddo. Mi accomodai sul divano e chiusi gli occhi. Era passato, quel brutto momento era passato. Non attesi oltre; mi mossi subito verso l'uscita dell'appartamento e frugai, per conferma, nelle tasche della mia giacca. La chiave dell'auto c'era e quelle di casa anche. Chiusi la porta e in quel momento rividi il mio amico Lupo protagonista di un ricordo sfocato di qualche anno prima, quando bestemmiando mi toglieva le scarpe prima di buttarmi sul letto di quell'appartamento. Mi incamminai verso le scale, evitando l'ascensore per non sottopormi all'inutile stress di rimanere chiuso in una scatola di metallo. Mi sembrava che fosse tornato tutto normale: battito del cuore, fermezza delle gambe, respiro costante e nessun senso di oppressione. Presi la strada declassata, una vecchia autostrada che ormai fungeva da tangenziale cittadina, e in meno di dieci minuti fui nell'ufficio di Danilo. Carmen ci port due grosse tazze di caff americano e un paio di biscotti ai cereali che non disdegnai. Danilo sorvol sui convenevoli; si vedeva che era teso e preoccupato, in evidente difficolt per ci che stava per dirmi.
"Abbiamo deciso di iniziare ad indagare. I maestri, durante i lavori di ieri sera, hanno colto al volo la mia proposta di farci carico delle indagini sulle uccisioni rituali dei cinesi. Gli aspetti rituali... quelli hanno convinto i maestri a darci mandato per intraprendere le nostre
indagini. Abbiamo timore che l'opinione pubblica cominci a fare illazioni sulle dita mozzate e su altri elementi simbolici e, soprattutto, non abbiamo voglia che parta la gara, tanto per cambiare, a gettare ombre e fango sulla massoneria. Peraltro, continua a non piacermi il fatto che dagli ambienti investigativi della polizia facciano filtrare proprio quegli elementi simbolici. Non vorremmo che fosse una provocazione per fare uscire allo scoperto l'assassino. Il fatto che facciano trapelare queste notizie in loggia vuol dire che tra le ipotesi investigative c' anche quella di un possibile interessamento della massoneria, o di qualche fratello massone. Dobbiamo agire ed investigare noi per primi...". Qui Danilo si ferm e io rimasi in attesa, finch riprese: "L'indagine  stata affidata a noi, ovvero a me e a te. Si  ritenuto che solo due fratelli potessero indagare su altri fratelli".
Adesso era chiaro il motivo dell'imbarazzo di Danilo, maestro secondo sorvegliante della loggia Uguaglianza e lavoro, la numero 33 all'Oriente di Prato. Le inchieste interne alla massoneria erano il tentativo di non far accadere di nuovo che all'interno dell'istituzione potessero verificarsi casi scandalosi. Era ancora fresco nella memoria di ognuno il caso di affiliazioni in logge "coperte" e non autorizzate come era stata la Loggia P2 di Licio Gelli. Quell'esperienza aveva segnato per molti anni la credibilit di un'istituzione che in altri paesi occidentali si segnalava per trasparenza e opere meritorie. Al contrario, la massoneria italiana continuava ad essere vista come il luogo del malaffare e dell'intesa segreta tra incappucciati. Da qui la politica del controllo tramite le visite ispettive da parte di fratelli anziani che, improvvisamente, si recavano in loggia durante i lavori per verificarne la bont. Di tanto in tanto si aveva comunicazione di qualche loggia che veniva chiusa o sciolta, poich alcuni fratelli erano stati sorpresi in odore di appartenenza alla 'ndrangheta. Le ispezioni, tuttavia, erano soprattutto formali e le indagini sulle infiltrazioni della mafia nella massoneria erano pi che altro condotte dalla magistratura. Un'indagine come quella proposta dai maestri a Danilo era un fatto decisamente nuovo e frutto di una riflessione che immaginai essere stata profonda.
"Le indagini verranno allargate anche ai fratelli delle altre due logge pratesi" - continu, andando a chiudere il discorso - "novantasette persone in tutto, compresi tu ed io. Naturalmente ci siamo lasciati garantendo ai lavori svolti ieri sera il massimo riserbo che la questione richiede".
Solo dopo avere finito di parlare, Danilo si concesse un sorso di caff, che per gli and di traverso, facendolo tossire rabbiosamente. Mi fece segno di uscire, mentre con la mano libera dalla tazza cercava di tapparsi la bocca per limitare la fuoriuscita di saliva. I colpi di tosse sembravano non volersi placare. Salutai Carmen e me ne andai, certo che, all'occorrenza, Danilo mi avrebbe richiamato per organizzare le indagini per il nuovo incarico.
Scendendo le scale ripensai all'angoscia che avevo provato la mattina e al ricordo sopraggiunto del mio amico Lupo nella cornice di quella nottata alcolica con lui. Salendo in auto ebbi la sensazione di avere cominciato a raccogliere gli indizi per una buona pista da seguire per la mia indagine pi difficile: quella su me stesso.
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16. UNO STATO DI INQUIETUDINE COSTANTE.
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"Un piatto grande con tutto: cavolo, cipolla, insalata e pomodori. Salsa piccante ma niente yogurt. Va bene maionese e ketchup. L'acqua in frigo... la prendo io?".
Il pakistano annu e tolse il pane arabo dal fornetto a microonde nel quale lo aveva scaldato per pochi secondi. Il piatto di kebab e verdure era gi pronto quando tornai dal frigo in cui erano stipate le bevande, tra cui notai l'assenza di birra e alcolici. Me ne felicitai, da bravo ex alcolista. Mi accomodai ad un tavolino e mi misi a guardare la TV che trasmetteva un videoclip in cui un intero corpo di ballo, immagino indiano, dava il meglio di s con movenze sinuose e sorrisi stereotipati. Finii alla svelta il mio piatto e pagai pochi euro, salutando il gestore del locale, collocato in via Marini - una strada centrale che un tempo aveva ospitato molti negozi e che adesso si mostrava semivuota e abbandonata dalle attivit commerciali.
Decisi di andare a camminare sul lungo fiume. Attraversai la piazza centrale della citt, piazza Mercatale, teatro della vita notturna dei pratesi; superai il ponte Mercatale e piegai verso sinistra. Mi immisi nel giardino da cui era possibile accedere al lungo fiume, il Bisenzio, e mi diressi verso nord. Il cielo si era fatto grigio e l'ultimo giorno di settembre sapeva di promesse di pioggia. Ripensai alle tre dita mozzate ai due cinesi senza nome ritrovati nei giorni precedenti. Prima di tutto erano della mano sinistra, la mano che conduce ad una maggiore vicinanza al cuore rispetto alla destra; quella che, in massoneria, viene stretta per il saluto rituale che comunica la propria appartenenza con il dito pollice, l'indice e il medio appositamente disposti per fare una leggera pressione sulla mano altrui. In particolare, l'indice e il medio vengono accostati alle vene del polso dell'altro e proprio qui la lieve pressione ha il senso di trasmettere a tutto il corpo della persona che si saluta l'appartenenza all'istituzione massonica.  cruciale che ogni parte dell'essenza altrui sia coinvolta nella notizia della presenza di un fratello. Appunto per questo, per, deve trattarsi della mano destra, non della sinistra, come quella mutilata ai due cinesi.
Sul simbolo della piramide, lasciata in prossimit dei corpi senza vita, dovevo riflettere anche con maggiore attenzione. La struttura piramidale  riscontrata in pi parti della terra.  una costante architettonica che accompagna la storia dell'uomo e delle civilt che ha fondato, dall'Egitto allo Yucatan, al Messico, all'India, al Medio oriente. La base quadrata  sinonimo di perfezione. I quattro angoli retti e la stessa lunghezza dei lati pongono il quadrato tra le figure geometriche perfette. In molte culture il quadrato simboleggia la stabilit e il numero quattro allude al sommarsi del numero tre, simbolo della divinit, con il numero uno, archetipo del mondo. Dunque, l'unione di Dio con il mondo. L'apice della piramide  comunque uno, come unico  il principio creatore dell'universo. Secondo alcune teorie, la piramide  un accumulatore di energia cosmica che permette di ricaricare gli oggetti posti al suo interno.
Secondo altre ipotesi interpretative, piuttosto fantasiose per quanto affascinanti, la piramide altro non  che un portale per la connessione con altri lontanissimi mondi. La piramide ritorna anche sulla moneta da un dollaro e alla sommit della struttura  posto l'occhio veggente, anch'esso simbolo della divinit onnisciente. Spesso la piramide viene raffigurata senza la punta alla propria sommit, sostituita con l'occhio che tutto indaga e che trova albergo in moltissime culture religiose, dall'islamismo al primo cristianesimo, ai misteri egizi, al buddismo.
Avere lasciato una piramide in compagnia del morto mutilato aveva, dunque, caratteristiche simboliche evidenti ed indiscutibili; ma quale significato avesse la piramide non mi era dato immaginare compiutamente. Certo avrebbe potuto aiutare la mia riflessione conoscere la dimensione dell'oggetto ed il materiale con cui era stato fabbricato; ma questo non era dato sapere. Le poche notizie in nostro possesso erano state fatte filtrare dagli inquirenti e questi non erano stati generosi nel fornire i particolari al mio capo Danilo. Sentii vibrare il cellulare nella mia tasca. Era lui.
"Pronto Andrea?" - mi si rivolse deciso. "Ciao Capo" - risposi gi pronto a incamerare le sue parole. Danilo non perse tempo. "Professoressa Laura Zanin. Universit degli studi di Firenze. Cattedra di antropologia culturale. Ci vediamo nel suo ufficio oggi alle 19:00. Via Capponi al numero 9. Gino Capponi, non ti sbagliare".
Non mi sarei sbagliato ma non ebbi il tempo di replicare, perch aveva gi chiuso la comunicazione. Guardai il cielo e lo trovai quasi plumbeo. Il sole sembrava stesse ammalandosi e le nuvole facevano da padrone, occultando l'azzurro dietro il proprio cinereo tendaggio. La temperatura mirava ad una rapida discesa verso il freddo e quel finale di settembre mi stava introducendo verso un autunno che non era soltanto la stagione annuale. Era un vago sentimento, una tappa di vita che non si stagliava esattamente nel panorama della mia et biologica ma che ammantava invece il mio spirito, sempre pi sfiorito. Lo strano evento di panico che mi aveva aggredito quella mattina, lo stato di inquietudine costante con cui condividevo il mio tempo e il fresco ricordo della violenza con cui avevo pestato un commercialista trentino pochi giorni prima mi infondevano la consapevolezza della mia trasformazione. Stavo forse evolvendo verso un nuovo e pi maturo stato psicologico e spirituale? Il rito di passaggio ad una nuova dimensione vitale non sembrava, comunque, foriero delle migliori prospettive. Essere animati da rabbia, violenza ed angoscia non mi rendeva particolarmente felice di attraversare la soglia del mutamento verso la mia nuova identit. Sentii in lontananza il belato stridulo di una sirena. Non avevo mai compreso la differenza tra quella della polizia rispetto a quella pi diffusa delle ambulanze ma ci bast per risvegliarmi dal mio letargo pensieroso. La riflessione su me stesso e sulla mia nuova condizione, in trasformazione, non mi lasciava troppo spazio al compiacimento. Piuttosto, rischiavo di diventare particolarmente lamentoso, praticamente patetico. Ero spaventato pi dai miei deliri di trasformazione psicologica che dalla mia nuova indagine sui fratelli delle officine massoniche pratesi. Peraltro si dava per scontato che qualora gli omicidi dei cinesi avessero una matrice massonica, questa dovesse avere cittadinanza a Prato invece che a Firenze o alla vicina Pistoia. Oppure a Bologna, a poco tempo di macchina da Prato. In realt l'indagine avrebbe dovuto servire a scagionare eventuali responsabili massoni. Dovevamo essere sicuri che nessuno tra i fratelli avesse utilizzato la spada iniziatica per uccidere. Mi incamminai verso l'auto. Nonostante mancassero quattro ore all'appuntamento, mi mossi in fretta. Firenze  a pochi chilometri da Prato ma quel poco spazio sarebbe stato occupato, come sempre, da una lunga fila di macchine.
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17. LA MORTE  UN ATTO RIVOLUZIONARIO.
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"Secondo Girard la coesistenza pacifica tra gli esseri umani non pu essere data per scontata". La professoressa non sembrava guardare qualcuno in particolare e tra i propri discenti serpeggiava una certa noia. "Quando i desideri degli uomini si concentrano su un medesimo oggetto, sorgono le rivalit e con esse una tendenza alla violenza che mette in pericolo l'ordine esistente e le sue norme".
Il tono era pacato e non sembrava sottostare alle regole della comunicazione secondo cui per mantenere alta l'attenzione dell'uditorio si utilizzano escamotage linguistici e teatrali.
"Tale tendenza pu essere neutralizzata, tuttavia, se le aggressioni reciproche vengono focalizzate su un oggetto marginale, il capro espiatorio. Questo diviene reso sacro.  considerato maledetto ma anche portatore di salvezza". Teoria interessante, pensai.
"Cos la fecalizzazione su di un oggetto determina la nascita del sacro e di tutto quel che deriva da esso. Mentre la violenza veniva originariamente focalizzata su di un oggetto scelto a caso, nel sacrificio la concentrazione assume una forma strettamente rituale; di conseguenza le aggressioni pericolose vengono costantemente deviate all'esterno e non possono operare un'azione distruttiva all'interno della comunit".
Il tono della voce era ammaliante e quasi ipnotico. Compresi che non era noia quella che serpeggiava tra i banchi universitari. Era un'attenzione sopita dal finire della giornata, ma ancora vigile. "In fondo, dunque, il sacrificio risulta privo di qualsiasi carattere morale".
La professoressa si schiar la voce e indoss gli occhiali da presbite, appoggiandoli sul naso minuto e grazioso. La montatura leggera degli occhiali non toglieva intensit allo sguardo ceruleo e severo. Prosegu leggendo alcuni appunti riportati su un tablet.
"Ren Girard e le sue teorie trovano risposte esclusivamente nelle societ stratificate e nelle culture superiori. Tali teorie, infatti, potrebbero al massimo spiegare i sacrifici di sangue che comprendono un'uccisione, ma non il sacrificio come tale e certamente non il sacro come tale. L'idea di sacro esiste anche tra i popoli, come in Australia, che non
praticano il sacrificio. Girard non parla dei sacrifici delle primizie naturali. Questi hanno presupposti intellettuali ed emotivi assai lontani dai suoi concetti di assassinio primordiale e capro espiatorio".
Con la coda dell'occhio vidi una studentessa alzare la mano per chiedere la parola. La professoressa tacque e rimase in attesa dell'intervento della giovane.
"Durante il pellegrinaggio rituale sul monte Arafat vicino alla Mecca avvengono le ecatombi, veri e propri sacrifici di sangue. Secondo lei vi sono tratti di continuit con l'estremismo terroristico islamico?".
La ragazza abbass la mano solo al termine della domanda e lanci uno sguardo verso un compagno che sedeva a tre posti di distanza dal suo. Osservai i due sorridersi con complicit.
"Non  la loro carne e il loro sangue che arriva a Dio ma la piet del tuo cuore" - rispose con tono piatto la professoressa.
Il silenzio prese possesso dell'aula. I trenta studenti rimasero in attesa, mentre la professoressa faceva scorrere le dita sul proprio tablet. Mi guardai intorno, convinto di essere finito in una situazione surreale. Alla fine di un periodo di tempo che non potei calcolare, la professoressa riprese la parola.
"Corano, sura 22,38".
La professoressa si alz dalla sedia e la scost rumorosamente; mosse un paio di passi alla propria destra, aggir la cattedra e vi si mise di fronte, scegliendo il centro per accomodarvi il sedere. Sollev le maniche del proprio cardigan verde bottiglia e appoggi i palmi delle mani sul bordo della cattedra. Con le spalle leggermente sollevate ad incassare il collo, riprese il suo discorso.
"Il sacrificio umano pu sembrare lontano dalla sensibilit delle popolazioni civilizzate. Nondimeno, in quanto atto umano, deve essere almeno in parte comprensibile agli altri esseri umani. Nel 1978, a Jonestown in Guayana, novecento e pi membri del People's Tempie persero la propria vita per mezzo di una bevanda a base di cianuro e frutta. La maggior parte di essi lo fece volontariamente. Le complesse ragioni di questo massiccio sacrificio di vite umane sono tali da turbare e da sfidare la capacit di comprensione del singolo. Tuttavia, si possono riconoscere alcuni temi familiari. La popolazione di Jonestown, come i martiri cristiani, credeva in un mondo utopico sull'altra sponda. Come
i samurai essi scelsero la morte come un atto rivoluzionario per protestare contro il razzismo che essi non erano riusciti a superare e, come gli Aztechi, essi preferirono scegliere il tempo ed il luogo della propria morte".
Volt le spalle all'aula e torn a prendere il tablet e l'impermeabile leggero che aveva appoggiato sulla propria sedia. Era stata una lezione magistrale, per tutti. Ed io ero riuscito a godermela per intero, essendo arrivato quarantacinque minuti prima, all'inizio del modulo didattico di antropologia culturale. Il traffico verso Firenze non era stato particolarmente congestionato e ci mi aveva permesso di studiare la docente Laura Zanin, con la quale mi apprestavo ad iniziare una riunione di lavoro, in compagnia del mio capo Danilo Matteucci, titolare della Global Security e fratello massone. Scesi, due per volta, gli scalini dell'aula in cui si era tenuta la lezione e tentai di raggiungere la professoressa che, intanto, aveva guadagnato la porta dell'aula. Scendendo, incrociai la ragazza della domanda sul rapporto tra islam e sacrificio. Non riuscii a cogliere perfettamente lo scambio di battute tra lei ed il suo collega, del quale, per, intercettai le parole "brutta puttana comunista". Mi voltai per osservare il giovane studente, deciso a fermarmi per chiedere spiegazioni dell'epiteto. Poi pensai che non era affare mio, che la cosa non mi riguardasse pi di tanto e proseguii verso l'uscita. Come spesso mi capitava, avevo rinunciato a difendere la mia idea di civilt. Immaginai, infatti, che l'appellativo di brutta puttana comunista fosse una dedica alla professoressa che, peraltro, non mi aveva dato l'idea di essere comunista e tanto meno puttana. Oltretutto, l'avevo trovata gradevole, tutt'altro che brutta, e anzi piuttosto affascinante, colta e certamente intelligente. Mi ero spinto anche oltre, cosa che facevo spesso, immaginando come potesse essere senza i vestiti indosso. Naturalmente era un gioco che mi concedevo cercando di dissimulare il mio interesse e occultando, il pi possibile in profondit, l'esercizio della mia fantasia. Non mi piaceva essere scoperto a desiderare qualcosa e, in particolare, una donna. Certo era che la professoressa mi sembr subito una donna interessante. Non doveva avere pi di quarantacinque anni. Capelli biondi e lunghi, raccolti sulla nuca, alta almeno un metro e settanta, secondo la mia fantasia tentava di non dare troppa importanza ad un seno che immaginavo comunque generoso, per quanto non esagerato per forma e dimensione. I fianchi non eccedevano in abbondanza ma una certa rotondit li rendeva gradevoli. Mi aveva poi colpito come era riuscita, gesticolando, a rendere pi incisivo il senso del ragionamento che soggiaceva sotto il racconto del suicidio di massa. Le sue movenze avevano reso esplicito il suo pensiero e, potevo scommetterci, il trasporto emotivo che aveva mosso il suo messaggio.
"Ciao Andrea" - sentii d'un tratto. Mi voltai. Danilo mi aveva raggiunto fuori dallo studio della professoressa presso cui mi ero recato, come stabilito. Con lui cera il mio socio dell'indagine trentina sulla truffa dei permessi di lavoro falsi, Matteo Liang, che sorrideva appena. Non potei non notare le sue braccia incrociate, enormi come ciocchi di pino marino. Danilo buss alla porta dello studio e si ud un netto e perentorio: "Avanti".
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18. L'ANTROPOLOGA.
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"Accomodatevi, vi prego" - disse la professoressa, che si era alzata in piedi al nostro ingresso. Danilo si sedette su una delle due poltrone poste di fronte alla sua scrivania; io cedetti l'altra a Matteo, di cui non avevo immaginato la presenza alla riunione, e mi avvicinai alla sedia posta lateralmente ad una piccola libreria ingombrata da riviste, libri e ed, accumulati in maniera apparentemente disordinata. La mobilia appariva del tutto pesante ed antica. Di legno scuro e con linea quasi barocca, faceva da contraltare alle stampe e al quadro appesi alle pareti del piccolo studio dell'antropologa. Avevo riconosciuto due pezzi di Gualtiero Nativi che dovevano essere del finire degli anni Sessanta. Presumibilmente due litografie del maestro toscano, un pittore che banalmente poteva essere definito astrattista, particolare per il vezzo di impastare i colori da s, con uovo e polvere, cos come avevano fatto, fino a qualche secolo prima, i pittori nelle botteghe fiorentine. Campeggiava alle spalle della professoressa, invece, un bel quadro del fiorentino Vinicio Berti titolato "Guardare in alto (seriamente)". Doveva essere un'opera del 1980 e tutto mi sarei aspettato tranne che trovarla nello studio di una docente universitaria.
"Le piacciono gli astrattisti fiorentini?" - mi domand l'antropologa.
Aveva captato il mio sguardo attento alle opere affisse alle pareti. Danilo si volt verso di me, facendo ruotare la poltrona su cui era seduto.
"Pi i tuoi occhi", fui tentato di rispondere - se lo avessi fatto, avrei immediatamente mandato a monte qualsiasi ipotesi di avvicinamento a quella donna che, alla luce della lampada da terra che campeggiava al lato della sua scrivania, risultava ancora pi bella.
"Mi  particolarmente piaciuta la sua lezione di oggi" - replicai, decidendo di accomodarmi lentamente sulla sedia. Non le lasciai il tempo di rispondere, avendo avuto l'impressione di essere stato banale, per quanto galante, e assunsi un tono teatralmente professionale.
"Forse non  piaciuta a tutti gli studenti in egual misura" - dissi alludendo alla ragazza della domanda ed al suo collega sboccato.
Affermazione sbagliata, forse aggressiva e sicuramente troppo confidenziale. Anche supponente, come quella di chi non ha l'umilt di aspettare di conoscere il quadro complessivo prima di esprimere opinioni o, peggio, giudizi. Non avevo, per, altre carte da buttare sul tavolo e giocai quelle, sbagliando. Rimasi in attesa dell'amara condanna. L'antropologa sospir e vir lo sguardo verso Danilo.
"Allora caro Danilo, dimmi in cosa potrei esservi utile. Come sai la mia cattedra e le mie ricerche mi portano soltanto virtualmente nel mondo reale. Anche l'universit sta diventando un non luogo, un posto dove non sussistono pi relazioni strutturate, storie e progetti di vita, identit certe con cui allontanare il senso di precariet. Anche le mie ricerche antropologiche sulle tendenze della moda, svolte nei centri commerciali, nelle discoteche, sui mezzi di trasporto pubblici mi spingono sempre pi dentro i meccanismi della banalizzazione dell'eterno presente. Non so proprio come potr rispondere alle tue domande".
Aveva detto per due volte che non le sarebbe stato possibile aiutarci e non sembrava finta modestia. Mi parve di intravedere un varco di debolezza in tutta quella classe, intelligenza e profondit. Danilo prese la parola, generosamente offertale dall'antropologa.
"Come ti accennavo telefonicamente, mi farebbe piacere se tu potessi provare a darmi un'interpretazione di alcuni fatti accaduti a Prato negli scorsi giorni. Naturalmente, rispetto agli elementi simbolici che si sono manifestati attorno ai fatti stessi. Ovviamente, ti chiedo la necessaria riservatezza".
L'antropologa sorrise e replic.
"Sarei tentata di mandarti via. Anche se ci conosciamo da almeno ventanni non vuol dire che tu possa sentirti autorizzato a ricordarmi le regole del gioco. Comunque ti tolgo dall'impaccio. Visto il lavoro che fai e la riservatezza che richiedi, immagino tu sia qui per approfondire qualcosa che non torna sull'omicidio dei due cinesi a Prato".
Perfetto. Arguta, nuovamente sicura di s e della propria intelligenza. L'acume non le mancava e le sorrisi. Ricambi e ne rimasi sorpreso. Danilo si gir di nuovo verso di me. Mi guard severo, un po' infastidito. Stavo pensando ad altro, piuttosto che al caso, e si era accorto di quanto fossi distratto. Mi ricomposi rapidamente dal mio sorriso e strinsi gli occhi, fingendo concentrazione e attenzione sull'obiettivo. Danilo descrisse la situazione.
"Nel giro di pochi giorni sono stati fatti ritrovare due cadaveri; entrambi uccisi avvelenati. Non si conosce quale veleno possa essere stato utilizzato. I corpi sono stati lasciati nella Chinatown pratese. Il primo nel piazzale antistante un piccolo centro commerciale, in prossimit di una trattoria molto frequentata, soprattutto da italiani. Il secondo in un altro piazzale, o meglio nel parcheggio del pi grande supermercato italiano della nostra Chinatown. Supermercato bilingue, con merce prevalentemente occidentale, molto frequentato dalla comunit dei cinesi di Prato. In entrambi i casi sono state asportate le tre dita della mano sinistra: pollice, indice e medio. Inoltre,  stata lasciata vicino ai cadaveri una piccola piramide.  chiaro che sia intenzione dell'omicida interloquire con qualcuno. Intanto vorremmo che ci aiutassi a decifrare il linguaggio simbolico delle dita mozzate e della piramide. So che hai a disposizione pochi elementi ma sono esattamente quelli di cui siamo a conoscenza".
L'antropologa ci pens un attimo, poi inizi.
"Intanto i luoghi non credo siano casuali. Parlano anche quelli e sono forieri di simboli. Il supermercato  italiano e, mi dici, bilingue. La trattoria ugualmente;  meta culinaria per gli italiani prima che per i cinesi. In entrambi i casi i corpi sono stati abbandonati, perch possano essere visti e ritrovati rapidamente. Il messaggio deve arrivare subito ed  depositato alla comunit cinese come a quella italiana".
Si ferm un attimo e si avvicin alla libreria. Sentii il suo profumo dolce e speziato. Prese dallo scaffale in alto il volume secondo dell'enciclopedia delle religioni di Mircea Eliade. Appoggi il grande libro sulla scrivania, attenta a non darci le spalle. Sfogli le prime pagine, quelle dell'indice, e poi and al passo desiderato. Cominci a leggere.
"In Cina il sacrificio che l'imperatore offriva al cielo e alla terra nel periodo del solstizio d'inverno aveva un'importante funzione. Oltre ai sacrifici determinati dall'anno agricolo, erano soprattutto i sacrifici agli antenati ad assumere notevole importanza nella vita degli individui. Venivano offerti sulle tombe dei defunti, nella sala degli antenati del clan o davanti alle lapidi degli antenati di famiglia. L'imperatore sacrificava ai suoi antenati in templi appositamente innalzati in loro onore".
Richiuse il volume che recava il titolo "Il rito", lo lasci sulla scrivania gi ingombra di libri e fotocopie e torn a sedersi per riprendere il suo discorso.
"I templi potrebbero essere i luoghi dell'integrazione tra le due comunit. Gli spazi aperti come i parcheggi, in prossimit di locali e supermercati bilingui, diventano altari pubblici, ottimi per comunicare l'avvenuto sacrificio in onore del futuro, direi, piuttosto che degli antenati".
Poteva essere; ma le dita tagliate? E la piramide? - pensavo.
L'antropologa scosse la testa.
"Non so, non regge. Chi mai potrebbe assumere il compito incarnato dall'imperatore? E per fare, poi, un sacrificio al tempio dell'integrazione quando questa non sembra interessare n all'una n all'altra comunit. Per di pi gli antenati sono figure archetipiche precise, che non possiamo confondere con un'ipotesi di futuro, per quanto progressiva e positiva".
Danilo era attentissimo e anche Matteo sembrava non avere perso neanche un passaggio del ragionamento della professoressa. Poi fu proprio il cinese a prendere la parola.
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19. LA TRIADE.
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Matteo ruot la propria poltrona nella direzione di Danilo per vedere tutti i propri interlocutori.
"Nella nostra tradizione esoterica la triade assume da sempre un ruolo preponderante. Sono giorni che ripenso ad un fatto: per farsi riconoscere da altri appartenenti all'associazione, l'affiliato deve sollevare tre dita della mano sinistra verso il cielo come un segnale segreto; questo particolare segno  ancora oggi usato come forma di riconoscimento. Un membro della triade che, ad esempio, si recasse in un negozio per riscuotere la tangente, appoggerebbe la mano sul bancone con pollice, indice e medio aperti ad indicare la sua appartenenza".
L'antropologa annu ma attese che il gigante cinese continuasse.
"Qualcuno ha reciso proprio quelle tre dita, come se i due assassinati non fossero pi degni di appartenere alla triade".
A quel punto la professoressa recit: "Se un membro della societ si trover in difficolt, tutti accorreranno in suo aiuto; se io, vale a dire il futuro membro dell'associazione, romper il giuramento, le spade cadranno e mi uccideranno".
Matteo riprese la parola e spieg: "I trentasei giuramenti dell'affiliato sono un codice d'onore che non pu essere disatteso o tradito. Le regole sono ferree...".
L'antropologa Laura Zanin, intanto, stava consultando un altro testo. Lesse a voce alta.
"L'epoca dei Qing  contrassegnata dalla nascita nel sud della Cina di potenti organizzazioni segrete, spesso coinvolte in attivit contro i nuovi governanti e legate tramite leggende al Tempio Shaolin. Sembra che le triadi abbiano avuto origine proprio in quel periodo, pi precisamente nel XVII secolo, come forma organizzata di resistenza Ming all'occupazione da parte della dinastia Qing.
A proposito di leggende  famosa quella dei cinque antenati sopravvissuti alla distruzione del Tempio Shaolin, che  per del tutto sprovvista di realt storica la quale, invece, ci consegna documenti attestanti la nascita della Societ del cielo e della terra, intorno al 1760, il cui fine
era rovesciare la dinastia Qing e restaurare il governo cinese. La societ segreta si diffuse in tutta la Cina ma dividendosi in gruppi dai nomi differenti, uno dei quali fu la Societ delle tre armonie. Il numero tre, appunto, era ricorrente cos come l'uso del triangolo quale emblema, generalmente accompagnato da immagini raffiguranti spade. Proprio in ragione del ricorrere del triangolo nella loro simbologia, le autorit britanniche di Hong Kong coniarono il termine triade"
Solo a quel punto mi sentii libero di intervenire.
"La piramide potrebbe essere la firma. Di fatto, geometricamente, la piramide  un solido composto da una base quadrata su cui si posizionano, uno per lato, quattro triangoli di medesime dimensioni". Anche Danilo sembrava concordare.
"Potremmo pensare ad una azione delittuosa della triade. Non sapevamo che fosse presente in pianta stabile a Prato ma in altre parti d'Italia ha gi agito. Nel giugno di un paio di anni fa a Firenze e a Prato la guardia di finanza arrest pi di venti persone, riconducibili alla mafia cinese e suoi favoreggiatori. Furono tutti accusati di riciclaggio e contarono pi di cento imprese coinvolte. Furono sequestrate una settantina di aziende e quasi duecento immobili".
Matteo interruppe il mio capo.
"Non possiamo confondere la mafia cinese con la triade. Il fatto che abbiano interessi coincidenti non significa che siano la stessa cosa. Sarebbe come confondere la vostra 'ndrangheta con la massoneria. Il fatto che ci siano delle infiltrazioni della 'ndrangheta nelle logge calabresi non vuol dire che siano organizzazioni coincidenti".
Vero. Il colosso orientale aveva una sua ragione, peraltro condita da ottimi argomenti. Danilo sorvol sulla propria voglia di fare dei distinguo ma non pot non controbattere.
"In Italia le triadi sono considerate nei dossier della DIA come la quinta mafia. Si trovano soprattutto in Lombardia, Toscana, Lazio, Emilia-Romagna e Campania. Hanno iniziato, come in altri Paesi, con le loro storiche attivit: le estorsioni e l'immigrazione clandestina nelle loro comunit. Ora per si dedicano anche alla contraffazione di sigarette, sfruttamento della prostituzione, bische clandestine, traffico di rifiuti tossici e riciclaggio di denaro; tutte attivit tradizionali delle mafie italiane. Inoltre, le triadi sostengono la colonizzazione delle citt
attraverso l'apertura di esercizi commerciali e ristoranti, dove inseriscono personale taglieggiato e costretto a lavori gravosi e umilianti".
Ecco servita la soluzione dei nostri problemi. Avevamo concluso frettolosamente l'indagine, addossando la responsabilit degli omicidi alla triade. Avevamo trovato il colpevole degli omicidi all'interno della comunit. Un cinese che uccide altri cinesi, un affare tutto interno alla loro ristretta comunit, come avrebbe tranquillamente potuto asserire il maestro primo sorvegliante della loggia Uguaglianza e Lavoro di cui facevamo parte io ed il mio capo Danilo.
L'antropologa, per, non sembrava convinta.
"Non capisco l'esigenza di esporre i morti assassinati e di sottoporli all'attenzione dell'opinione pubblica italiana. Se avessero voluto dare un segnale chiaro alla comunit, sarebbe bastato fare circolare la voce della sparizione dei due reietti, senza creare allarmismo tra le forze dell'ordine italiane. In realt, le due uccisioni sembrano fare parte di un rituale sacrificale, in cui il taglio netto delle dita e la piramide hanno un valore simbolico ma contenuto all'interno del rito. E tutti sono invitati a partecipare al rito del sacrificio umano. Tutti devono vedere di che cosa  capace il sacerdote di questa mostruosa usanza sacrificale".
Provai un brivido di paura a sentire le parole dell'antropologa. Anche Matteo e Danilo erano visibilmente toccati. Nessuno sembrava avere il coraggio di rompere quel silenzio gravoso e pesante. Tentai io.
"E secondo lei, professoressa,  possibile stilare un profilo di questo sacerdote?".
L'antropologa fece una smorfia.
"No. Peraltro non sono n psicologa n mi sono mai avventurata nella criminologia. In pi, con i pochi elementi a nostra disposizione quello che si pu provare a fare  comprendere se sia valida la pista del regolamento di conti tra mafiosi o se valga la pena seguire l'altra strada, quella del rito sacrificale. Francamente posso provare solo a lavorare sulla seconda ipotesi".
Pensai che ce n'era una terza, almeno a valutare i "suggerimenti" velati che provenivano dall'ambiente della questura: quella che portava dritti negli ambienti massonici cittadini; quella che ci aveva visti destinatari dell'incarico dell'indagine sui delitti nella comunit orientale. Danilo scrisse il proprio indirizzo mail su un foglio e cos facemmo
anche Matteo ed io. Consegnai il foglio alla professoressa Zanin; poi Danilo si alz di scatto e ci invit a fare altrettanto.
"Ciao Laura, prova a lavorare sulla tua ipotesi, noi penseremo a percorrere altre strade. Ti cerco fra un paio di giorni, se per te va bene". Laura sorrise e gli allung la mano.
" stato un piacere come al solito; ci sentiamo a breve".
Salut Matteo nella stessa maniera ed infine mi strinse la mano, tornando sull'argomento degli studenti presenti alla sua lezione.
"So di non piacere ad alcuni studenti, perch sono considerata troppo aperta all'alterit culturale. Tuttavia, la pregherei di non pensare a quei giovani come a degli sciocchi che esprimono idee sbagliate poich, appunto, sono troppo giovani. Purtroppo conosco tanti vecchi a cui non  bastata una vita per riuscire a formulare, con la sola forza del pensiero, anche solo una banalissima opinione".
Mi sorrise ed io feci altrettanto, sicuro di avere appena superato un esame a cui ero arrivato assolutamente impreparato.
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20. DIVAMPANO LE FIAMME.
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"Questa  la lista dei massoni delle tre logge pratesi" - disse Danilo, spostando il proprio piatto e appoggiando davanti a s il foglio con i nomi, le professioni, gli indirizzi di casa e dei luoghi di lavoro. Mi affrettai a prenderla, a ripiegarla e a metterla in tasca. Matteo stava tornando dal buffet con un piatto carico di spaghetti di riso, verdura e gamberetti, oltre a una discreta porzione di chele di granchio fritte. Il ristorante Sushi Wok nella zona di viale della Repubblica, una via trafficata che immette dall'autostrada al centro citt, era stato il primo di quel genere aperto a Prato. Il buffet ricchissimo, con piatti tipici cinesi e qualche pietanza italiana, si unisce ad una grande quantit di sushi giapponesi e alla possibilit di farsi cucinare sulla piastra o in padella il wok, verdure, carni e pesce. Il prezzo, fisso, non mette limiti al consumo del cibo che pu essere infinito. La regola, per, vuole che si consumi tutto ci che c' nel piatto, se non si vuole essere multati per lo spreco.
Danilo si era abbuffato di salmone e sushi vari, mentre io stavo aspettando che mi fosse portato al tavolo il piatto di pesce che mi ero preparato e che avevo consegnato ai cuochi addetti alla piastra. Matteo si accomod, facendo scricchiolare la sedia. Danilo si rivolse a lui, porgendogli una lista identica a quella che mi aveva consegnato, pi un'altra con caratteri cinesi.
"E questa  per te. Dovrai controllare le attivit dei tuoi connazionali e se possibile le loro vite". Matteo annu posando le bacchette e prendendo i fogli che il mio capo gli porgeva. Quindi Danilo si rivolse ad entrambi, a voce bassa, per darci le indicazioni del caso.
"I casellari giudiziari indicano che tutti i componenti delle logge non hanno avuto problemi con la giustizia. La lista dei cinesi, invece, contiene nomi dei maggiorenti della comunit in odore di triade, stando a quanto ci ha fatto sapere un membro influente della comunit dei cinesi di Prato".
Finalmente avevo compreso il motivo della presenza del gigante cinese. L'inchiesta era parallela e riguardava le due comunit esoteriche della triade e della massoneria. Gli uni e gli altri volevano essere certi che nessuno dei propri affiliati fosse colpevole dei delitti rituali occorsi. Pur non potendo essere certo che ogni fratello fosse innocente, in quegli anni di appartenenza alla massoneria avevo compreso che pi che ad un gruppo di complottisti la massoneria era paragonabile ad un circolo culturale particolare ed eccentrico che faceva della ricerca esoterica la ragione delle proprie riunioni. Sulla triade, invece, sapevo ben poco e quello che conoscevo non era rassicurante. Matteo, al contrario, non tradiva alcuna preoccupazione.
Presi la parola per qualche chiarimento: "Sono circa cento persone da controllare ma non saprei cosa prendere in esame. Pedinarle tutte non avrebbe senso; sarebbe un lavoro lunghissimo e senza garanzia di riuscire a scoprire qualcosa". Ero deluso e perplesso ma Danilo mi venne incontro.
"Proviamo a capire chi tra i fratelli ha pi rapporti con la comunit cinese. Cerchiamo le connessioni con quel popolo: se sono relazioni di affari ed interesse commerciale, sentimentali o, perch no, politiche. Indaghiamo sui motivi di attrito, dal mancato pagamento dell'affitto del capannone all'incidente stradale. Qualsiasi rapporto tra i fratelli e i cinesi deve essere messo sotto attenta osservazione. Dobbiamo trovare un movente: sesso, soldi, potere, vendetta, rabbia. Ogni occasione di contatto  foriera di possibilit di contrasto".
Avevo una traccia chiara, adesso, su cui imbastire il mio lavoro. Arriv il mio piatto di verdura e pesce. Adesso che era cotto appariva meno della met di quello che aspettavo. Iniziai a pulire il primo gamberone dal suo esoscheletro. Danilo guard Matteo e precis: "Stessa ricerca per te. Quali dei tuoi uomini hanno rapporti con gli italiani della lista? C' una connessione fra triade e massoneria? Ci sono legami tra massoneria e comunit cinese? Proviamo a lavorare su queste due ipotesi e scopriamo se ce una relazione tra i simboli trovati sui morti ammazzati e le due organizzazioni".
Danilo fu perentorio e puntuale su come dovessero procedere le indagini. Poi si alz e si diresse verso la vetrina frigo in cui era stato sistemato un vassoio di insalata verde su cui era stato posato un tappeto di salmone tagliato finemente. Pensai che il proprietario del locale non avesse fatto un grande affare con noi. Ci stavamo infatti dedicando ai gamberoni e al salmone. I quindici euro della cena non sarebbero stati sufficienti a coprire le pietanze che avevamo scelto. Notai, per, che altri clienti si stavano riempiendo con spaghetti di soia e pollo fritto; alimenti certamente poco costosi su cui cera un buon margine per il titolare dell'attivit che, infatti, vedevo saltare da un tavolo all'altro sfoggiando un bel sorriso e spendendo parole gentili con gli ospiti del locale. Tra questi mi parve di scorgere la dottoressa Coppola, protagonista femminile del mio primo caso da investigatore a nero, in compagnia di alcune amiche.
Fui costretto a distogliere lo sguardo da quel gruppo di donne, perch mi ritrovai di colpo pensieroso, con un senso di angoscia crescente e un peso sul petto che mi opprimeva e mi rendeva impossibile rimanere seduto in mezzo a tutta quella gente. Cominciavo a sudare e mi sembrava di perdere il controllo del cuore, che sentivo battere all'impazzata. La paura che mi assal fu quella di non riuscire a mantenere la lucidit mentale. Avrei voluto cominciare a urlare, a chiedere aiuto, ma la paura di essere additato come pazzo, e forse stavo davvero impazzendo, mi fece scegliere di alzarmi e andare verso l'uscita. Lo feci rapidamente, evitando di incrociare gli sguardi dei clienti, convinto com'ero che tutti mi stessero guardando. Guadagnai l'uscita e l'aria della sera mi dette un aiuto che, insieme con la calma dell'esterno del ristorante, mi permise di riordinare le idee.
Panico. Quello che avevo provato era paura all'ennesima potenza. Una paura immotivata, non determinata da un evento spaventoso ma scaturita da percorsi interiori incontrollabili. Pensai che tanta paura non mi era mai stata scatenata da nessuna occasione e che questa volta stava assumendo la dimensione del panico. Infatti, quello stato non era che un attacco di panico, il secondo nell'arco di poche ore. Respirai profondamente e ringraziai il cielo che i miei due soci non mi avessero seguito fuori dal locale. Sarebbe stato imbarazzante, per me, farmi vedere in quella condizione di profonda costernazione, paura e angoscia. Piegato su me stesso, con le mani appoggiate sulle ginocchia, con le gambe e le braccia tese, respirai ancora una volta, profondamente. Poi sollevai lo sguardo verso il parcheggio lungo la via del ristorante Sushi Wok e vidi un'ombra girare velocemente intorno all'auto che il mio capo aveva lasciato l tutto il pomeriggio, essendo arrivato a Firenze
con la macchina guidata da Matteo. Fu un attimo prima di vedere divampare le fiamme dentro l'abitacolo dell'auto di Danilo. Misi mano al cellulare e fui tentato di chiamare il 113. Poi mi fermai e decisi di entrare a chiamare i miei due soci. Era meglio valutare insieme il da farsi e non prendere l'iniziativa. Ci che proprio non mi venne spontaneo pensare fu di rincorrere il piromane. Ero ancora scosso dall'esperienza dell'attacco di panico e tutto ci mi faceva sentire, per la prima volta in vita mia, inadeguato e impotente.
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21. UN ALTRO OMICIDIO.
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"Nessuno pu darci la certezza che ci sia una connessione tra l'attentato di ieri sera e l'attuale indagine. Anzi, sarei portato ad escludere l'ipotesi. Non abbiamo ancora iniziato a muoverci ed  impossibile che qualcuno sia gi stato allertato, al punto da mandarmi l'avvertimento bruciandomi l'auto". Queste furono le prime parole proferite da Danilo, l'indomani mattina, appena Matteo ed io ci fummo accomodati nel suo ufficio alla Global Security. Certo, pensai, a meno che tra i mandanti non ci sia un fratello maestro con cui Danilo, nel suo incarico di secondo sorvegliante della loggia Uguaglianza e Lavoro, aveva deciso di dare il via alle indagini sui delitti rituali dei due cinesi.
"In ogni caso, e a scanso di equivoci, vi prego di seguirmi nell'altra sala" - concluse.
Matteo ed io ci alzammo dalle poltrone e gli andammo dietro. Uscimmo dall'ufficio, passammo di fronte alla sala d'aspetto, superammo la scrivania di Carmen e ci dirigemmo verso un'altra porta, che avevo sempre visto chiusa, al lato dell'ingresso della sede della Global Security.
Danilo si ferm di fronte alla porta e si volt di scatto, imprecando. Carmen, che evidentemente aveva seguito tutta la scena, apr un cassetto della propria scrivania e ne estrasse una chiave. Si alz dalla sua seduta e, fatti pochi passi, la porse al capo. Mentre tornava al suo posto di lavoro, giudicai le sue caviglie gradevoli, per quanto falsate dal fatto che stavano sormontando due scarpe con tacco.
Mi voltai verso l'ingresso della porta, che Danilo intanto aveva aperto, prima che Carmen potesse notare il mio interesse per le sue gambe. Entrai, dopo che Matteo e il capo avevano varcato la soglia e dopo che quest'ultimo accese una luce al neon che mostr una stanza con le finestre oscurate. In fondo alla sala, spaziosa, erano posti due tavoloni ricavati da due assi sorrette da coppie di cavalletti. Sui tavoli di fortuna vidi un paio di taser, diversi flaconi spray che immaginai al peperoncino ed altri soporifici, tre tipi diversi di tirapugni di acciaio, dei coltelli che, richiusi, sembravano delle carte di credito e almeno quattro o cinque bastoni telescopici. Danilo appariva
teso ma non fece giri di parole: "Prendete quello che vi serve. Pu darsi che non occorrano, ma  sempre meglio avere paura che buscarne".
Il socio cinese infil un tirapugni che io avevo valutato enorme per le mie mani, se non ricoperte da un guanto, e che invece per lui si dimostr stretto e difficile da togliere, tanto erano gigantesche le sue estremit. Questo inconveniente gli fece virare la scelta sui bastoni telescopici e su una taser.
"Preferisco comunque cazzotti e pedate" - sentenzi un po' infastidito il gigante orientale.
Io invece presi un tirapugni nero e un bastone telescopico, oltre allo spray soporifero. Dopo avere riflettuto un po', decisi di infilare nel portafoglio anche il coltello a forma di carta di credito.
Danilo mi colp con un pugno alla spalla e mi incalz. "Stasera alle 17:30 vai in questa palestra" - disse, dandomi il biglietto da visita su cui era riportato il nome del centro di fitness. "Anzi vai un po' prima" - specific - "perch alle 17:30 inizia il corso di fit boxe. Vedrai  una roba leggera che ti rimetter un po' in forma, dato che mi sembri appesantito. In quanto a te, Matteo, vacci piano con i nostri obiettivi. Il commercialista trentino  ridotto male. Non esagerare nelle punizioni".
Mi sentii in dovere di intervenire: "Veramente, Danilo, credo di essere stato io ad esagerare con quella merda" - dissi, intravedendo in Matteo una smorfia di apprezzamento che avrei anche potuto scambiare per un sorriso. Danilo non sembr altrettanto soddisfatto e insistette, questa volta riferendosi a me: "Ecco, vale anche per te, mi pare evidente. Con la raccomandazione ulteriore di rimetterti in forma. Poi vedremo di farti avere anche il porto d'armi".
Avevo sempre evitato il possesso di un'arma, di una pistola per la precisione, perch mi dava l'impressione che potesse esercitare su di me un potere illusorio di superiorit sugli altri - percezione falsa, peraltro, perch non basata su un reale confronto o scontro con l'avversario ma solo sull'idea di possedere un ferro. Ad ogni modo, non avevo mai voluto correre il rischio di quella superiorit apparente che spesso si trasforma in volont di agire, scaturendo in un finale tragico, uccidere per motivi non propriamente ineludibili, per non dire futili. In un momento come quello, per, l'idea di possedere una pistola non mi metteva di cattivo umore, tutt'altro. L'incendio dell'auto di Danilo,
lasciata dal pomeriggio nella zona del ristorante Sushi Wok, non era foriera di buone prospettive. Qualcuno lo aveva seguito anche quando era salito nell'auto di Matteo? Da quanto tempo? Magari da quando era partito da Prato per andare a Firenze a parlare con l'antropologa e, in questo caso, il suo inseguitore aveva potuto sicuramente notare la mia presenza, per quanto avessi guidato la mia auto fino al ristorante. Occorreva che mi rimettessi in forma e che prendessi il porto d'armi. Non valeva la pena rischiare la vita pi di quanto gi non facessi con il mio nuovo lavoro da investigatore a nero. Infine, decidendo di mettere da parte la psicologia, mi convinsi che una pistola poteva andare bene.
Entr Carmen proprio mentre riponevo dentro il mio zaino di pelle nera le armi raccolte dal tavolo. Teneva in mano un tablet che subito pass al capo. Danilo rimase fermo, senza parlare, in mezzo alla stanza; poi armeggi sullo schermo e alla fine si decise a parlare.
"Forza ragazzi, scendiamo e andiamo alle Montagnole a Iolo. Hanno rinvenuto un altro cadavere senza tre dita. Questa volta  italiano".
Percorremmo velocemente tutta la declassata, l'arteria di collegamento della parte sud ed est con la parte nord e ovest della citt. Iolo  una frazione, un piccolo paese per la verit, posizionato nella parte estrema del comune di Prato, quella rivolta verso le colline del Montalbano, confinante con i comuni medicei Poggio a Caiano e Carmignano. Le Montagnole sono la parte periferica della frazione e sono cos definite per la conformazione derivante dall'accumulo di spazzatura che negli anni  stata bonificata e ricoperta da terra e vegetazione.
Durante il tragitto andai a vedere il sito notizie di Prato. La giornalista Nadia Parente aveva riportato la notizia della scoperta del cadavere da parte di un ospite di una residenza per la riabilitazione psichiatrica di un istituto cattolico rinomato in citt. Dell'ospite si riportavano le sole iniziali M.G. Pare avesse avuto una notte agitata e ci faceva pensare che avesse ritrovato il cadavere fin dal giorno prima. Non molto di pi si sapeva del cadavere che, come nei due casi precedenti, presentava la mutilazione delle tre dita. L'elemento effettivamente nuovo era quello relativo all'etnia della vittima: europeo, verosimilmente italiano. Indossava l'uniforme propria degli operatori ecologici ma non risultava essere un dipendente della locale azienda di raccolta e smaltimento dei rifiuti quanto, piuttosto, di una cooperativa a cui era stato appaltato il lavoro. Con tutti quegli elementi a disposizione non sarebbe stato difficile per gli inquirenti risalire all'identit del morto.
Quando arrivammo in prossimit delle Montagnole, trovammo uno sbarramento di automezzi di ogni tipo. Forze dell'ordine e ambulanze, furgoni di TV private locali e nazionali ci impedivano di proseguire lungo la strada. Era stato, a ben vedere, abbastanza ingenuo da parte nostra pensare di intervenire sul posto. Danilo decise di tornare indietro e fece un'inversione con l'auto di servizio della Global Security. Stavamo abbandonando, senza essere riusciti a raggiungerlo, il luogo del ritrovamento del cadavere. Io, per, avevo gi deciso che sarei tornato pi tardi.
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22. IN PUNTA DI PIEDI.
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Avevo aspettato la sera. Mi ero tenuto abbastanza distante dalla residenza per la salute mentale ma non troppo da non vedere nitidamente i contorni della villetta che dava ospitalit agli utenti del servizio sociale. Era calata la luce del sole e mancavano pochi minuti alle sette di sera. Mi decisi a scendere dall'auto. Percorsi il tratto di strada e mi introdussi nel giardino del terratetto, scavalcando una cancellata. Avevo davvero bisogno di rimettermi in forma. Quella sera avevo saltato la mia prima lezione di fit box, poich avevo deciso di indagare sull'ultimo delitto, quello dell'italiano, del quale era stata scoperta l'identit e l'ora della morte, che pareva risalire al pomeriggio del giorno precedente al ritrovamento. Si trattava di Pasquale Malvaso, anni 38, operaio di una cooperativa l'inserimento lavorativo di personale svantaggiato che si occupava di raccolta di rifiuti ingombranti per conto dell'azienda municipalizzata locale. Pasquale era dunque uno svantaggiato e, in particolare, il suo svantaggio era stato quello di avere avuto parecchi guai con la giustizia, nel suo passato. Il lavoro di operatore ecologico era stato scelto come misura alternativa al carcere, nel quale aveva albergato per un bel po' di reati combinati in Toscana e, nella sua terra di origine, la Puglia: estorsione, traffico di droga, usura e di nuovo estorsione. Da qualche anno si era dato una calmata, almeno secondo quanto riportato da Il Tirreno on line e da Notizie di Prato. Anche la cronaca nazionale dava conto del ritrovamento del terzo cadavere con le dita mozzate a Prato. Il sito di Libero, testata giornalistica di destra, rimarcava come la presenza di una comunit cinese cos numerosa avesse contaminato la legalit della citt laniera toscana. Il fatto che fossero stati uccisi due orientali ed un italiano era la prova che l'omologazione e l'integrazione erano possibili solo nel caso della discesa verso l'inferno dell'illegalit.
Non rimuginavo, tuttavia, sulla corrispondenza tra illegalit e integrazione, quando mi appiattii alla parete del terratetto, in prossimit della porta di uno degli ingressi. Si trattava di una porta a vetri che decisi di aprire quando sentii provenire da una delle finestre del centro la
chiamata a tavola degli ospiti da parte di quello che immaginai essere l'operatore in turno. Mi ero tolto la tuta da facchino con la quale, nel pomeriggio, mi ero recato nel centro di salute mentale con la scusa di consegnare un pacco contenente un paio di manuali di psicologia cui avevo dato una rapida ma attenta lettura. In quell'occasione avevo avuto modo di osservare le entrate del centro e la stanza in cui gli operatori tenevano il diario delle consegne e le cartelle cliniche degli ospiti del servizio. Proprio in quella stanza mi stavo dirigendo, nella speranza che non fosse occupata e che non trovassi nessuno nel tragitto. Tutto liscio. Entrai e mi diressi verso la scrivania, dove riconobbi il quadernone su cui, poche ore prima, avevo visto scrivere l'operatore in turno prima di consegnargli il pacco con i libri. L'operatore lo aveva scartato, aveva osservato i due testi e mi aveva firmato la ricevuta, protestando per come l'istituto, a suo dire, sputtanava i soldi che avrebbero dovuto essere spesi per i "ragazzi". Prima di essere allontanato, avevo sbirciato il nome che stava scrivendo l'operatore sul diario delle consegne: Marco Guicciardini. Quella pagina, di quel quadernone, stavo fotocopiando, mentre si mise a suonare il telefono fisso dentro la stanza degli operatori. Non ebbi tempo di fare altro che spegnere la luce del piccolo ufficio e saltare fuori dalla finestra del piano terra del centro di salute mentale. Mi ero mosso velocemente verso l'uscita, attraversando il giardino e scavalcando il cancello, quando sentii interrompersi il suono del telefono e la voce dell'operatore dire: "Poderino, buonasera". Mi misi alla guida dell'auto fino a casa. Entrato nel mio appartamento gettai lo zaino sul divano arancione e la fotocopia del diario giornaliero di Marco Guicciardini sul tavolo del salotto. Cominciai a leggere: "Marco Guicciardini: notte agitatissima e solita chiusura al mondo esterno fin dalla mattina presto quando, protagonista indiscusso della cronaca nazionale odierna, ci indica la presenza del cadavere ai piedi della parte nascosta dietro le Montagnole. Saltella tutto il giorno appoggiando solo la punta dei piedi a terra e continua a dondolarsi. Passa gran parte della giornata a far ruotare le pale della girandola con cui gioca costantemente. Ripete slogan pubblicitari, come capita ormai fin dal suo primo giorno in struttura. Alcuni sono nuovi e non ricordo di averli mai sentiti. Li intervalla con lettere e numeri a caso (verrebbe voglia di giocarli al lotto questi numeri...). Mangia distrattamente ed
evita qualsiasi rapporto con i compagni che provano, invano, ad interrogarlo sul ritrovamento del cadavere. Anche gli investigatori che hanno provato a parlare con lui hanno lasciato perdere dopo circa venti minuti.  probabile che possa essere nuovamente ascoltato, con chiss quali risultati, nei prossimi giorni. Vista la sua certificazione, occorrer contattare il suo amministratore di sostegno. Domani alle 11:00 verr a prenderlo il fratello per tenerlo con s fino alle 17:00. Come al solito lo porter alla sala giochi del centro commerciale di Parco Prato".
Andai nel cucinotto ed aprii il frigorifero. Ne trassi un piatto in cui avevo lasciato mezza frittata di carciofi. La scaldai nel forno microonde, mentre traevo dall'involucro di plastica una decina di fette di bresaola che adagiai su un piatto insieme a un po' di rucola. Condii il tutto con olio e mi maledissi per avere dimenticato di comprare del grana padano da aggiungere a scaglie sull'insalata e sulla bresaola. Aprii lo sportello del forno e mi servii la frittata che appariva ben calda. Mi versai dell'acqua fresca in un bicchiere che avevo trovato, pulito, nella piattaia. Mangiai in fretta, pensando a cosa avrei fatto l'indomani e a cosa, invece, mi sarebbe piaciuto fare. Il pensiero and all'antropologa che, il giorno prima, mi aveva colpito per la sua spiccata perspicacia e per la sua classe. Sparecchiai in fretta e lasciai i piatti e le posate nel lavabo. Tornai in salotto e accesi la televisione. Canale 74, TV Prato. Fabio Zeno, nel servizio del telegiornale locale, trasmetteva molte immagini del luogo in cui era stato ritrovato il cadavere e di esso forniva le notizie che poche ore prima erano state diramate alla stampa dalla questura. Il giornalista ribadiva i tratti di continuit, per gli elementi relativi alle mutilazioni delle dita, tra il delitto dell'operaio pregiudicato e i due cinesi ancora senza identit ritrovati nei giorni precedenti. Non aggiungeva nulla a quello che avevo potuto leggere sui siti di informazione on line, n faceva menzione dell'eventuale ritrovamento della piramide, altro elemento simbolico gi riscontrato negli altri due delitti. Facevano eccezioni, per nulla trascurabili, le informazioni relative alla causa della morte, stabilita per avvelenamento con cianuro, e all'ora del decesso, confermata come risalente al pomeriggio del giorno prima del ritrovamento. Non si diceva nulla, invece, sull'identit dell'ospite del centro che aveva ritrovato il cadavere. Peccato per le sue condizioni di affezione da sindrome autistica, poich era l'unico che avrebbe potuto aiutare le indagini. Decisi di spegnere la TV e di dedicarmi alla lettura, sapendo che dormire sarebbe stato complicato. Prima di aprire il libro di psicologia che avevo acquistato insieme ai due che avevo consegnato all'operatore del centro, telefonai a Danilo e lo informai del piano che avrei messo in atto l'indomani. Poi composi il numero del cellulare di Carmen.
"Pronto Carmen? Ho bisogno di te".
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23. LA GRANDE PIRAMIDE NELLA PIAZZA DEL DUOMO.
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La piazza del Duomo mi sembrava pi grande del solito, cos come la statua del triumviro Giuseppe Mazzoni che si stagliava di fronte al pulpito di Donatello. Da quel podio, posizionato alla sinistra della facciata del Duomo pratese, si sporgeva il vescovo per l'omelia che veniva tenuta annualmente durante l'ostensione della sacra cintola di Maria. Notai che alcuni vandali avevano spezzato le tre dita della mano destra della statua del Mazzoni, massone e gran maestro, che durante il periodo risorgimentale aveva retto la Toscana con un governo provvisorio scaturito a seguito della fuga del Granduca Leopoldo II. La statua di Mazzoni mi appariva imponente e stranamente minacciosa, ma la cosa veramente sorprendente fu vedere come, al centro della piazza, la fontana del Pescatorello fosse stata sostituita da una costruzione piramidale che occupava la quasi totalit dello spazio antistante il Duomo. L'enorme piramide aveva una struttura esterna costituita da tubi Innocenti ed era stata ricoperta da lastre in plexiglas. All'interno della piramide, al suo centro, si intravedeva un altare in pietra grezza su cui era stata posta la carcassa di un caprone a cui era stata tagliata la gola. Dalla ferita era sgorgato molto sangue ed un rivolo rosso era scivolato lungo la base dell'altare. Ai piedi dello stesso era possibile scorgere un libro, aperto, su cui erano stati posizionati alcuni strumenti di lavoro. Tra questi riconobbi un martello di legno ed una squadra di metallo. La visione della piramide mi stava incutendo un profondo senso di angoscia, quasi di paura. Solo allora notai il maestro primo sorvegliante della loggia Uguaglianza e Lavoro, a cui anch'io appartenevo, procedere nella mia direzione. Indossava i paramenti del suo grado massonico e aveva il grembiule lordo di sangue. Brandiva una spada e, arrivato a pochi passi da me, mi domand con tono monocorde ed inespressivo che cosa potessi fare io per scavare oscure e profonde prigioni al vizio. La domanda mi impression tantissimo. Senza che ne conoscessi la ragione, fui assalito da un terrore atavico. Un terrore talmente antico e profondo che non mi fu possibile evitare di urlare, fintanto che mi ritrovai, sveglio e spaventato, tra le coperte del mio letto.
Cazzo, cazzo, cazzo; un cazzo di incubo del cazzo, pensai, e mi rimisi a dormire fino al suono della sveglia del mio cellulare. Mi preparai ed uscii. Domenica mattina in zona Le Badie, a Prato sud, tutto appariva calmo e soporifero. Via Ferraris, che attraversava il quartiere residenziale, non recava segni di traffico e quel poco che cera in citt si concentrava all'altezza della rotonda dell'ex centro commerciale di Pratilia, nato nel lontano 1977 e demolito da qualche mese.
Carmen sal in auto dicendo "Buongiorno", senza aggiungere altro. Ricambiai il saluto e misi in moto. Decisi di percorrere via Paronese, ampia strada a quattro corsie posta parallelamente alla declassata, lungo la quale sorgevano capannoni cinesi di pronto moda e maglieria. In fondo al vialone svoltai a sinistra e mi diressi verso la frazione di Iolo. Carmen aveva un profumo forte ma non sgradevole. Indossava una gonna carta zucchero che non le copriva le ginocchia, calze blu notte e camicetta bianca che lasciava intravedere la generosit del seno. La giacca, combinata con la gonna, era stata lasciata sbottonata. La parrucca rosso Tiziano, un po' vintage, richiamava gli anni Ottanta; i capelli finti, lunghi e cotonati, incorniciavano un volto pesantemente truccato. Contrariamente al solito, Carmen aveva calcato la mano con ombretto e rossetto. Quest'ultimo era rosso acceso, in aperto contrasto con il verde sfavillante delle lenti a contatto che aveva messo al fine di mascherare il suo pi delicato colore nocciola. L'effetto complessivo era comunque quello di richiamare l'attenzione di qualsiasi maschio potesse incontrare sul proprio cammino. Un cammino che sarebbe stato sicuramente accidentato, visti i tacchi delle scarpe che indossava. Appariva volgare ed appariscente quanto bastava per non alludere ad altro che non fosse una latente disponibilit a farsi desiderare.
"Brava Carmen, ottima mascherata" - dissi non appena superato il campo da rugby dei cavalieri di Iolo. Mi parve di vederla sorridere, mentre con la mano mancina si aggiustava la gonna sopra il ginocchio.
"Chi ti dice che non mi vesta cos, quando non sono al lavoro?" - domand in tono scherzoso.
Pensai che avesse voglia di giocare un po' a flirtare con me. O forse stava gi provando la parte che le avevo richiesto la sera prima. "Effettivamente non me lo dice nessuno" - tagliai corto senza dare adito a fraintendimenti dei quali non sentivo proprio il bisogno. Il mio divorzio da Marina mi aveva lasciato del tutto privo del desiderio di tornare ad amare. E il sesso lo preferivo a pagamento, per non confondermi le idee. Ero stato sempre portato a credere che ci fosse una relazione stretta tra amore e intimit, fisicit e sentimento. La prostituzione era la mia certezza dell'impossibilit di ricevere piacere se non dietro la sottoscrizione di un contratto sancito da un tariffario che prevedeva il pagamento della prestazione in anticipo. Tutto ci mi intristiva ma mi metteva anche al riparo dal donarmi e dal ricevere calore e amore.
Mi fermai all'ingresso della via del centro per la salute mentale Il Poderino. Il centro non distava pi di cento metri da noi. Mancavano circa venti minuti alle 11:00. Presi il termos in cui avevo trasferito il contenuto liquido di una caffettiera da sei tazzine. Ne versai una nel tappo di plastica blu e la offrii alla mia collega. Ringrazi e prov a portare il liquido alla bocca. Desistette subito, sentito l'eccessivo calore bagnarle le labbra. Tenne la tazza in mano e chiese: "Come hai conosciuto il capo?". Domanda indiscreta, pensai. Credetti inopportuno raccontare come il nostro incontro fosse avvenuto tra le colonne di un tempio massonico e quindi me la cavai con un laconico: "Amici comuni che ci hanno messo in contatto anni fa".
Pensai che aspettare la nostra preda in silenzio avrebbe potuto essere imbarazzante e dunque continuai: "E tu da quanto tempo conosci Danilo?". Sembrava che non aspettasse altro che dare risposta alla domanda delle domande. "Da quando, quasi trenta anni fa, si fidanz con mia sorella. Prima di sposarla". Ed io che avevo davvero creduto che Carmen potesse essere la sua amante piuttosto che sua cognata! "Il lavoro che faccio oggi  lo stesso che faceva mia sorella, prima di ammalarsi e morire" - continu a dettagliare - "Danilo volle me al suo posto di lavoro. Mi disse che vedere me invece di mia sorella gli avrebbe fatto sentire meno forte la mancanza della moglie. Le voleva molto bene e non credo abbia pi amato nessuna dopo avere perso lei".
Adesso mi era chiaro. Danilo aveva descritto una sua possibile relazione con Carmen per occultare qualsiasi domanda sul suo celibato che, in realt, era una condizione di vedovanza mai definitivamente accettata. Lo vidi sotto un'altra luce. Interpretai quella sua ruvidezza caratteriale come fosse un sistema di difesa dagli strali della vita.
Carmen, intanto, aveva finito il caff e stava ripulendo il bordo della tazza dal rossetto. In quell'istante vidi passare una Panda verde acqua e, al contempo, uscire due uomini dal centro di salute mentale. L'auto accost e dall'interno l'autista apr lo sportello anteriore destro. Uno dei due uomini si avvicin alla macchina, camminando sulla punta dei piedi, e mi sembr che mimasse il volo di un uccello. Osservai pi chiaramente e vidi che stava facendo svolazzare le mani, poste sotto le rispettive ascelle, come se fossero le ali di un'anatra. L'altro uomo, che intuii essere un operatore, lo sospinse gentilmente dentro l'abitacolo dell'auto. Il fratello di Marco Guicciardini, l'unico possibile testimone oculare del delitto dell'italiano, non attese molto prima di fare ripartire la Panda verde. Invert il senso di marcia nel piazzale antistante la struttura del centro riabilitativo e si diresse verso di noi. Anch'io feci rapidamente manovra nello slargo sterrato nel quale avevo parcheggiato. Ora sarebbe arrivata la parte pi difficile del piano: rapire un paziente autistico e convincerlo a raccontare che cosa sapesse del terzo cadavere senza dita.
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24. LA TRAPPOLA DI CARMEN.
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Lasciai scendere Carmen dall'auto non appena ci accorgemmo che la Panda verde stava accostando all'altezza di un bar tabacchi. Dalla vecchia Fiat scese il fratello di Marco. Sui quarantacinque o cinquantanni, allampanato e ricurvo, portava una barba lunga senza che si potesse dire curata. Brizzolato e stempiato, si diresse verso il bar e vi entr senza cedere il passo all'anziano che usciva. Pochi minuti dopo era fuori e si sofferm a pochi metri dalla propria auto, su cui frattanto si era appoggiata Carmen. La vidi indicare nella direzione della mia macchina, in sosta poco dietro con il cofano aperto. Io rimanevo ad una distanza di qualche metro da tutta la scena, con lo spray soporifero stretto in mano, nascosto sotto la mia giacca grigia. I due si avvicinarono al cofano e sentii Carmen parlare: "Non so cosa sia successo. Forse sar la batteria...".
L'uomo gett un'occhiata al motore e poi abbass il cofano dell'auto. Fece per chiedere le chiavi della macchina a Carmen ma lei lo anticip e, come stabilito nel piano, avanz una proposta.
"Aspetti, provo io. Salga dal lato del passeggero, cos vediamo insieme qual  il problema".
Il tordo casc nella trappola di Carmen e sal in auto. Io mi avvicinai rapido all'abitacolo della mia macchina e spruzzai un'ingente quantit di gas soporifero sul volto dell'uomo che non aveva prestato attenzione al fatto che il finestrino del lato del passeggero era aperto. Pochi secondi di protesta e cadde addormentato. Aprii lo sportello e sistemai la cintura intorno al corpo dell'addormentato, mentre Carmen gi avviava il motore. Frugai nelle tasche dell'uomo e ne trassi le chiavi della Panda. Un attimo dopo Carmen era in carreggiata, pronta ad allontanarsi dal luogo del nostro primo rapimento. Ora stava a me compiere il secondo. Salii sull'auto verde dei fratelli Guicciardini. Guardai verso Marco e vidi che oscillava il busto avanti e indietro. Misi in moto e mi rivolsi al passeggero: "Ciao Marco, io sono un amico e vorrei parlare un po' con te". Silenzio, nessuna risposta. Marco continuava nel suo movimento ondulatorio, per nulla limitato dalla cintura che era stata
lasciata inattiva lungo il sedile. Provai a prenderla per agganciarla ma Marco si mise ad urlare e a colpirsi la testa con fortissimi pugni. Memore delle letture di un manuale di psicologia sull'autismo - che avevo sfogliato concentrandomi sulla parte relativa agli effetti deleteri della contenzione fisica in previsione del rapimento - mollai la presa della cintura, avviai il motore dell'auto e partii. Marco si era apparentemente calmato e aveva ripreso ad oscillare il busto; questa volta lateralmente.
Provai a parlare di nuovo: "Marco ho bisogno del tuo aiuto. Ho bisogno che mi racconti cosa hai visto l'altro ieri pomeriggio, quando hai trovato il corpo dello spazzino vicino alla struttura". Lo guardavo e non dava segno di avere ascoltato, o forse sentito, alcuna parola. Mi diressi verso via Paronese, strada a quattro corsie con funzione di tangenziale. La percorsi tutta, rimanendo in silenzio e continuando a guardare Marco, che intanto ripeteva di continuo il medesimo movimento, destra-sinistra, come fosse un metronomo che scandisce il tempo di una musica ossessiva. All'altezza della deviazione per la frazione di Paperino percorsi la rotonda e imboccai la terza uscita. Poche centinaia di metri dopo, mi introdussi nel garage sotterraneo della Global Security. Fermai la Panda di Guicciardini. Era arrivato il momento di fare scendere il mio ospite.
"Scendi Marco, siamo arrivati..." - pronunciai in tono deciso. Segu ancora il silenzio ma, almeno, interruppe l'oscillazione.
"Marco, ascoltami. Adesso dovremmo scendere dall'auto e andare a vedere delle fotografie... ti piacciono le fotografie?" - continuai. Ancora silenzio e riprese ad oscillare avanti e indietro.
Scesi dall'auto e andai ad aprire il suo sportello; scese senza apparente difficolt. Rimase fermo di fronte allo sportello aperto e torn ad oscillare sul posto. Estrassi dal mio zaino un cioccolatino e glielo porsi. Marco non dava segni di provare interesse per il dolce. Decisi quindi di scartarlo e provai di nuovo a offrirglielo. Per tutta risposta, rifiut ancora il cioccolato e mi tolse di mano la carta in cui era stato avvolto. La port all'orecchio e la accartocci. Il rumore della carta sembrava piacergli particolarmente e lo vidi sorridere. Aveva un bel volto, con tratti delicati e gentili. Lo sguardo perso dietro pensieri nascosti lo rendeva ancora pi ieratico, quasi angelico. Anch'egli emaciato, come il fratello, sembrava non essere figlio del nostro mondo. Appariva, piuttosto,
un'entit eterea, uno spirito rimasto imbrigliato in una materia corporea esile e sfuggente. Poi parl: "Marco non si deve picchiare". La voce sembrava ferma e priva di emozioni, ma il tono sostenuto gli dava un senso autoritario che credo derivasse dall'ordine impartitogli da altri. "Il cervello di Marco  preoccupato" - continu.
Evidentemente stava ripetendo frasi gi ascoltate, chiss quando e chiss quante volte. Misi mano al cellulare e attivai la registrazione audio. Marco rimaneva in silenzio. Decisi di scartare un altro cioccolatino, che mangiai. Gli detti la carta dell'involucro che port subito all'orecchio, stropicciandola. Sorrise di nuovo e pronunci una frase incomprensibile: "Otapuccoerp  ocram id ollevrec li eraihccip eved is non ocram".
Mi prese la mano e se la port all'orecchio. Capii che voleva un altro cioccolatino, che scartai e infilai in bocca. Consegnai la carta nelle sue mani. La accartocci in prossimit dell'orecchio destro e sorrise. Risal in auto. Provai a dissuaderlo. "Marco, scendi non abbiamo ancora finito. Devo parlarti di altre cose. Marco...". Chiuse lo sportello e, con quello, la sua comunicazione.
Decisi che insistere avrebbe potuto essere improduttivo, addirittura dannoso per l'inconsapevole, quanto presunto, testimone di un delitto. Girai intorno alla Panda verde del fratello di Marco e mi misi al posto di guida. Accesi il motore e decisi di andare verso il luogo dell'appuntamento con Carmen. Ripercorsi via Paronese. All'altezza dell'azienda di raccolta dei rifiuti misi mano all'ennesimo cioccolatino. In fin dei conti Marco se lo era meritato. Aveva sopportato una situazione per lui assurda; un interrogatorio al quale lo avevo inutilmente e goffamente sottoposto. Gli detti la carta che prese di scatto, interrompendo le sue oscillazioni laterali. Come sempre la port all'orecchio e la accartocci. Lo vidi sorridere e lo sentii di nuovo straparlare, come pochi minuti prima. "Icerreonu eudies erreib." Amen, pensai. Appoggiai la mano destra sul ginocchio di Marco e lui url, come fosse stato aggredito da uno sciame di cavallette. Ritrassi subito la mano e gli parlai con tono convinto: "Scusa Marco, non volevo invaderti". Non tard la sua risposta: "Eraihccip eved is non ocram".
Misi mano al cellulare per chiamare Carmen. Avevo dimenticato accesa la funzione del registratore. La disattivai.
"Pronto Carmen? Qui abbiamo finito. Vediamoci al parcheggio di fronte al cimitero di Iolo per lo scambio delle auto".
Carmen mi avvert che il suo amico stava ancora ronfando. Guardai verso Marco e mi domandai cosa gli sarebbe rimasto di quel nostro incontro. Mi aggred un profondo senso di tristezza che scacciai scartando per lui l'ultimo cioccolatino rimasto.
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25. TEMPO PERSO.
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Mi dedicai a baciarle il seno. Sembrava provare un intenso piacere ogni volta che le accarezzavo il capezzolo con la lingua e accoglievo le spinte che Carmen imprimeva al proprio bacino verso il mio sesso. Finii per cedere, quasi subito per la verit, al desiderio di penetrarla. Carmen non sembr dispiaciuta dal fatto che fossi stato frettoloso e mi accolse senza che trovassi opposizione alcuna. Avevo la testa confusa dal piacere e non badai troppo al fatto di avere contravvenuto alla mia regola di non concedermi a donne che non fossero delle professioniste del sesso. Nonostante le mie migliori intenzioni, l'incanto fu breve e con questo anche l'ansimare poco convinto di Carmen. Avessi avuto qualche anno in meno, avrei chiesto scusa per la fine rapida ed ingloriosa di un rapporto sessuale inaspettato e non cercato. Preferii baciarla lievemente sulla bocca, ottenendo in cambio altrettanta leggerezza.
"Ti va un caff?" - domandai alzandomi dal letto.
"Ok" - rispose, facendo altrettanto.
Lo prendemmo in silenzio, nel salotto dove ci eravamo accomodati. Eravamo seduti sul medesimo divano e non sentivamo il desiderio, o per lo meno io non lo sentivo, di abbracciarci o soltanto toccarci. Deglut e mi domand: "Come  andata con quel povero ragazzo?". Tacqui, pi perch non sapevo cosa dire che per reticenza. Di fatto non avevo ottenuto alcuna informazione. Insistette.
"Ti ha detto qualcosa o abbiamo buttato via il nostro tempo?".
Chiss se per nostro tempo intendeva anche l'incontro sessuale da poco terminato e se lo considerasse una perdita di tempo.
"Non ha detto altro che parole senza senso o frasi sconnesse dalle situazioni".
Soppesai il resto della risposta.
"Marco non  stato in grado di registrare niente di quanto accaduto" - mi limitai a dire, tacendo sul fatto che avevo registrato le sue frasi apparentemente prive di senso.
"E poi chiss se ha visto qualcosa" - continuai.
Il mio tono deluso faceva scopa con la sua espressione, altrettanto
carica di disappunto. "Tempo perso" - conclusi pi sconsolato di quanto effettivamente fossi.
"Vuoi che ti riaccompagni a casa?" - chiesi senza slancio. Se ne accorse. "Non ti preoccupare" - mi disse piccata e per nulla rassicurante, nonostante le parole di superficie - "devo fare un salto in centro e da qui posso farlo a piedi".
Mi scoprii galante ed educato a sufficienza per avanzare una banale proposta. "Ti accompagno io, tanto ho da verificare alcune cose in biblioteca". Carmen replic sorridendo: "Ti ringrazio per la scusa ma trovane di migliori. Oggi  domenica...". Vero, pensai. "Le carte che avevi richiesto sono sul tavolo. Ci vediamo domani, se passi dall'ufficio" - concluse. Mi si avvicin, mi dette un bacio umido sulle labbra e per la prima volta in tutto il giorno sentii finalmente la sua dolcezza. Apr la porta di casa mia e mi salut strizzandomi l'occhio. Rimasi un minuto immobile, al centro del salotto, pensando a quanto fosse profonda la solitudine di chi non ha con s la fortuna di un amore. Mi accomodai quindi al tavolo e mandai un sms a Danilo: "Oggi niente di fatto con l'autistico". Scrissi autistico per brevit, conscio della superficialit che si celava dietro quel termine. Poi aprii il fascicolo giallo contenente i documenti che avevo richiesto a Carmen. Dentro c'erano tutte le visure camerali riguardanti le aziende possedute, partecipate o controllate dai fratelli massoni o dalle aziende di loro propriet. Sembrava un ottimo lavoro da cui partire. Le notizie erano tantissime. Si trattava ora di metterle insieme e stabilire, se possibile, le connessioni tra propriet, interessi, reti e relazioni tra gruppi e individui. Non sarebbe stato semplice, nonostante la mia esperienza di amministratore del personale di un'azienda tessile. Cominciai per ordine alfabetico. Lorenzo Abati. Era il fratello primo sorvegliante, prossimo maestro venerabile, secondo le usanze della loggia Uguaglianza e Lavoro a cui ero iscritto e da cui avevo ricevuto l'incarico dell'indagine sulle morti rituali di due cinesi senza nome e di un pregiudicato pugliese. Le schede erano novantacinque, una per ogni fratello massone, ed all'interno di ognuna era possibile avere informazioni di vario genere, per quanto tutte di stampo finanziario ed economico. Delle aziende pi importanti era stato riportato anche il bilancio degli ultimi tre anni. La Abati Filati era certamente un'azienda importante e controllava la BlackFlag e l'immobiliare Ecotex. La Ecotex aveva una partecipazione nella Xiao Lao Confezioni, a cui affittava un capannone, un magazzino e gli uffici nella zona di via Toscana dove era scoppiato l'incendio mortale di qualche giorno prima. La BlackFlag era invece partecipata dalla Xiao Lao, per cui risultava che lavorasse gestendo la parte finale della produzione del noto marchio di abbigliamento. La Ecotex aveva un buon patrimonio e garantiva per le altre due aziende, a partire dalla Abati Filati, azienda storica della famiglia del primo sorvegliante. La Xiao Lao aveva una struttura patrimoniale leggera ma un ottimo fatturato, derivante da molte commesse. Verificai se fosse partecipata da altre aziende oltre alla Ecotex e notai che quasi l'intero patrimonio era suddiviso tra aziende apparentemente italiane ed una partecipazione in un'altra azienda cinese, la Wu&Sun. Probabilmente l'imprenditore cinese aveva accettato di allargare la societ in cambio di commesse importanti come quella della BlackFlag. Tra i soci figuravano anche la General Prato, azienda controllata dalla Abati Filati e la Spiral Texile di propriet della moglie di Lorenzo Abati. La Wu&Sun gestiva un laboratorio tessile di piccole dimensioni in via Toscana. Lo stesso, verificai recuperando la notizia da internet, che era andato a fuoco causando la morte degli operai orientali. E bravo il fratello primo sorvegliante, esclamai. Spara a zero sui cinesi e poi si scopre che l'azienda cinese andata a fuoco  una sua diretta collaboratrice. L'ipocrisia non ha limiti, pensai. Per curiosit digitai Wu&Sun su un motore di ricerca e aprii il sito, rigorosamente bilingue, dell'azienda. Rimasi a bocca aperta per la sorpresa che mi fece rabbrividire. Il logo della Wu&Sun era una piramide in cui si leggeva il nome dell'azienda. Una piramide come quelle lasciate sul luogo dei delitti. Passai il resto della giornata e della serata a cercare altre significative relazioni tra fratelli massoni e aziende cinesi. Non ne trovai di rilevanti. Alle due di notte decisi che il pi era stato fatto, le connessioni possibili erano state tutte quante analizzate senza buoni risultati. Mi lavai sommariamente. Ero stanco morto e non riuscivo pi a ragionare tra carte e bilanci. Il rapporto tra le aziende del fratello primo sorvegliante e quelle cinesi, tra cui l'enigmatica e controversa Wu&Sun rappresentata da un logo piramidale, era l'unico veramente interessante e mi risolsi a presentarmi con quello l'indomani mattina alla Global Security. Ripensai solo allora a Carmen, con cui avevo fatto l'amore poche ore prima. Ricordai come le nostre mani si fossero toccate, mentre spostavamo il corpo addormentato del Guicciardini dalla mia auto alla sua Panda verde, e come da quello sfiorarsi fosse nato il desiderio di fare l'amore. Fu quello il mio ultimo pensiero prima di spegnere una giornata in un sonno che speravo potesse essere rigenerante.
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26. UN EVENTO FORTUNATO PER LA COMUNIT.
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La mattina si avvi con il suono segnalatore dell'arrivo di una mail, la cui icona lampeggiava sul display del cellulare posto sul comodino. Avevo dormito poche ore ma mi sentivo abbastanza energico. Aprii la mail. Mittente: Laura Zanin, la professoressa antropologa. Cominciai a leggere: "Cari, ho provato a leggere simbolicamente gli omicidi utilizzando le categorie interpretative dell'antropologia ed immaginando tali uccisioni come fossero delle forme di sacrificio umano. Secondo alcuni ricercatori il sacrificio umano  il tentativo di placare l'ira degli di che si abbatte sul popolo. Avvengono a seguito di momenti particolarmente carichi di emotivit e forgiati da eventi negativi per la comunit. Il sacrificio umano diventa cos una sorta di opposizione agli strali della vita comunitaria, una risposta collettiva e rituale agli attacchi della malasorte. Utilizzando questa categoria interpretativa, i due cinesi trovati uccisi, "sacrificati" appunto, potrebbero essere la risposta che la comunit esprime, o una parte di questa esprime, a seguito di eventi letti come particolarmente e fatalmente sfortunati. Penso all'incendio della fabbrica cinese come tipo ideale ed esempio del fatto sventurato che spinge al sacrificio umano. I corpi, infatti, sono stati ritrovati nel centro della Chinatown. Vorrei per potervi incontrare oggi pomeriggio alle 15:00 in piazza Santo Spirito per riflettere sugli ultimi sviluppi. A dopo". Si firmava e comunicava il proprio numero di cellulare. Verificai se avesse mandato la mail anche a Danilo e a Matteo. Era esattamente cos. Mi alzai dal letto e andai a preparare la macchinetta per il caff. La caffettiera da due tazzine impieg pochi minuti a fare uscire il liquido nero ed altrettanti io per berlo, amaro e stemperato con poca acqua fredda, in una tazza che recava il mio nome, Andrea, stampigliato in nero su un fondo arancione e bianco. Corsi in bagno e mi accomodai sul water. Feci una doccia lunga e rilassante. Mi feci la barba con attenzione, preservando l'idea di baffo che stavo rincorrendo. Provai ad annotare mentalmente il fatto di dovere comprare un dopobarba. Mi convinsi subito dopo che non lo avrei certamente ricordato. Mi vestii senza fantasia, scegliendo gli abiti del giorno precedente. Poi
mi spogliai memore che avrei dovuto incontrare l'antropologa. Scelsi un gessato nero con righe sottili azzurre e lo abbinai con un lupetto nero. Ricordai che lo avevo acquistato con Marina, quando eravamo ancora sposati - diversi anni prima. Bestemmiai a voce alta, senza troppa rabbia. Trovai tutto ci, dal ricordo della mia ex fino alla bestemmia, molto triste. Bestemmiai nuovamente. Chiusi la porta dietro di me e detti una mandata alla serratura della porta. Provai a chiamare Danilo. Una voce femminile mi avvisava che il mio amico non era al momento raggiungibile. Chiamai Matteo che invece lo era. Decidemmo di vederci direttamente alle 15:00 in piazza Santo Spirito a Firenze. Raggiunsi la stazione di Prato centrale in macchina. Parcheggiai sul retro e comprai i biglietti per il treno. Presi il primo che partiva per Firenze. Il viaggio dur oltre mezz'ora e il locale si ferm anche nelle piccolissime stazioni di Zambra e Castello. L'umanit che viaggiava era variegata: diversi cinesi, qualche giovane universitario. Tutti impegnati a messaggiare chiss quali verit, quali appuntamenti, quali opinioni o segreti. Mi venne in mente di mandare un messaggio alla professoressa. "Ciao, sono Andrea Solimani. Vorrei incontrarti prima delle 15:00 per verificare un'idea che mi  venuta in mente. Fammi sapere". Inviai. Solo allora mi accorsi di avere adoperato la forma confidenziale del 'tu' invece del pi prudente e formale 'lei'. La risposta non si fece attendere: "Va bene alle 13:00 alla trattoria di fronte alla facciata di Santo Spirito? Ciao e a dopo". Confidenziale anche lei con quel 'ciao' finale. "Alle 13:00", risposi. Scesi alla stazione di Firenze Santa Maria Novella e dal binario decisi di dirigermi nel centro commerciale che si dipana sotto la stazione. Entrai in una profumeria e comprai un dopobarba che non mi cost troppo. Uscii, me ne versai un po' sulle mani e le passai sulla faccia. Ore 12:30. Allungai il passo e in poco tempo raggiunsi piazza Santo Spirito, passando da piazza Ognissanti. Mi fermai ad osservare le sculture dei due incappucciati adoranti l'Eucarestia, sul portale alla destra della chiesa neo-rinascimentale che dava il nome alla piazza. In quel momento vibr il cellulare.
"Pronto, Danilo?" Era il capo che evidentemente aveva ricevuto il mio avviso di chiamata.
"Sei gi a Firenze?". Che fosse preveggente? - pensai.
"Ne ho approfittato per fare un giro, prima dell'incontro di oggi" - gli risposi, omettendo, non so perch, che mi sarei visto anticipatamente con la professoressa.
"Ho letto il messaggio di ieri. Niente di buono quindi dall'interrogatorio dell'autistico?".
Cominciai ad odiare quel termine cos banale e sbrigativo.
"Niente da fare con Marco" - dissi con l'intenzione di correggerlo, citando il nome del forse unico testimone del caso degli omicidi rituali.
"Solo insalate di parole messe a caso" - aggiunsi.
"Ok, a dopo" - concluse Danilo.
"A dopo" - ripetei.
Ripresi a camminare osservando la statua raffigurante la lotta tra Ercole ed il leone al centro della piazza. Attraversai il Ponte alla Carraia e non impiegai molto tempo ad arrivare in piazza Santo Spirito. Erano quasi le 13:00 e attesi di fronte alla trattoria che non ebbi difficolt a trovare. Esattamente alle 13:00 si apr la porta d'ingresso dalla quale la professoressa mi fece segno di entrare. L'ingresso sembrava quello di un piccolo ristorante.
"Ciao, buongiorno" - mi accolse l'antropologa.
Sorrisi convintamente e al punto tale da incoraggiare un suo sorriso di risposta. Le strinsi la mano. La seguii lungo un breve corridoio che ci introdusse - altro che piccolo ristorante - in due sale grandi. Ci accolse un cameriere che la salut sbrigativamente, facendo finta di non vedermi. Ci accomodammo.
"Lampredotto in zimino" - disse al cameriere che continuava ad ignorarmi.
"Per entrambi" - aggiunse.
"Posso, vero?" - si sincer.
"Certamente" - mi sbrigai a dire.
"Perdonerai se non ci lego il vino. Sono astemio..." - precisai.
"Far lo stesso io. Solo acqua naturale" - ordin.
Il cameriere si sbrig a servirci l'acqua e spar dietro ad altre ordinazioni che, notai, non trascriveva sul blocchetto che teneva nel taschino della camicia bianca. L'antropologa prese la parola.
"Il terzo omicidio, quello dell'italiano, mi ha fatto ribaltare il punto di vista. Non sono infatti riuscita a collegarlo ad alcun evento sventurato. Secondo altre teorie il sacrificio umano , al contrario, la restituzione agli di di parte della fortuna di cui ha goduto il popolo e con cui si  arricchita la comunit. Non saprei capire, n spiegare, di quale evento fortunato per la comunit si possa trattare ma la precedente teoria, quella del sacrificio quale atto riparatorio rispetto agli eventuali strali della vita comune, non regge alla prova dei fatti. Il terzo omicidio mi porta da un'altra parte: si uccidono gli uomini perch la fortuna possa continuare ad assistere gli uomini e le loro gesta".
A guardarla negli occhi mi sentivo anche io bagnato da quella stessa fortuna, infinita fortuna.
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27. UN INTERESSE MATERIALE.
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Il mio capo sembr infastidito dal vederci arrivare insieme, peraltro sorridenti, sul luogo dell'appuntamento ma fu solo un attimo; poi spalanc le braccia per accogliere Laura che lo baci per tre volte sulle guance. Matteo, pochi metri dietro Danilo, prefer cavarsela con una stretta di mano rapida ed asciutta.
"Andiamo in quel bar" - propose Laura, indicando l'ingresso di uno dei due locali che si trovavano sul lato sinistro della piazza.
Il posto sembrava figlio di un gusto contemporaneo, decisamente europeo e sicuramente non fiorentino. Un tavolone ricavato da un piano di lavoro di un falegname campeggiava in opposizione al bancone. Le sedie erano diverse luna dall'altra, stesso destino per le poltrone ed i restanti tavolinetti sparsi per il resto della sala. Alle pareti erano esposte sculture lignee rappresentanti giacche e drappeggi, apparentemente leggeri, di vestiti femminili. L'aria che respiravo mi sembrava quella di un altrove di una qualsiasi capitale europea. Anche la clientela non sembrava fiorentina, in verit neanche italiana. Ci accomodammo al tavolo da falegname. Ognuno con la propria tazza di caff. Il mio, americano, dur pi a lungo degli altri anche se fui l'ultimo a parlare. Inizi Danilo.
"Il terzo omicidio, quello dell'italiano, ci ha preso in contropiede. Non che avessimo trovato granch fino a quel momento ma un italiano senza le tre dita proprio non era nelle mie fantasie. Per la cronaca, cara Laura, mi hanno anche incendiato l'auto. Non so se sia il risultato di questa indagine, cosa a mio avviso improbabile, o effetto della mia proverbiale simpatia. Fatto sta che stiamo cercando di capirci qualcosa. Andrea ha anche provato ad interrogare un presunto testimone oculare ma senza alcun risultato apprezzabile".
Quest'ultima frase, pronunciata all'indirizzo di Laura, mi disturb. Avevo solo immaginato che Danilo volesse sottolineare il mio fallimento con la professoressa? Apparentemente ignara di ci, l'antropologa chiar il motivo per cui aveva voluto incontrarci.
"Ho provato ad immaginare, sulla base della "teoria dei bisogni progressivi", un'ipotesi descrittiva del profilo dell'omicida. Secondo Maslow sono quattro i livelli della gerarchia dei bisogni. In base a questi si pu sostenere che le persone inizialmente uccidevano spinte dalla povert e dalla fame. Seguendo la medesima logica, secondo me, si pu intuire che uccidessero per lo pi per tutelare la propria sicurezza domestica. Sconfitta la fame, la povert e soddisfatto il bisogno di sicurezza familiare la persona sente la necessit di gratificazione emozionale e sessuale da cui si pu ipotizzare la ragione dell'omicidio a sfondo sessuale. Infine, una volta che sono garantiti cibo, rifugio e gratificazioni emotive, si uccide per un bisogno di autostima, per ottenere rispetto. Credo che questo sia il caso alla base dell'omicidio seriale. Da un lato l'insicurezza e dall'altro la mancanza di un'identit precisa, e da quella composizione si viene prepotentemente a opprimere il soggetto, costringendolo a ripetere il comportamento omicidiario nella speranza di affermare il proprio s. Per, gi nel 1995 lo psicologo americano David Lester faceva notare come le tipologie caratterizzanti l'azione dell'assassino seriale trascurano di analizzare altre categorie ritenute erroneamente poco interessanti dall'opinione pubblica. Le categorie innovative considerate da Lester sono quelle degli assassini seriali che si macchiano di crimini a sfondo nazista, o perpretati dalla criminalit organizzata, a sfondo terroristico e scaturiti dall'appartenenza a bande giovanili. Secondo questo psicologo  necessario costruire un profilo del serial killer, approfondendo lo studio di tali categorie. Secondo me,  plausibile che ci siano davvero categorie di gruppi sociali che possono determinare il coagularsi dell'interesse dell'assassino seriale ad agire come tale".
Non capivo a che cosa potesse alludere la professoressa. Intanto, continu.
"La stessa criminalit organizzata sta mutando il proprio DNA. I mafiosi adesso vestono in giacca e cravatta e si occupano di finanza, ristorazione, appalti pubblici, costruzioni. I propri adepti sono industriali, finanzieri, professionisti, medici. Mafia  il rapporto che li lega, non la sua collocazione geografica. Le nuove mafie sono raffinate e agiscono confondendo le acque. Nei tre omicidi le acque sono torbide, infangate dagli elementi simbolici che non vorrei fossero tentativi di depistaggio.
Troppo evidenti, quei simboli, per suonare come veri. Sono un rumore pi che una tragica colonna sonora delle uccisioni".
Adesso mi era tutto chiaro e mi appariva decisamente affascinante come punto di vista.
"Dobbiamo leggere le parole al contrario se vogliamo costruire l'immagine che adesso ci appare specularmente rispetto alla propria reale raffigurazione".
Quelle parole mi accesero la fantasia e ringraziai la mia proverbiale distrazione. Avevo finalmente una strada da percorrere? Matteo interruppe i miei pensieri.
"Le connessioni tra i cinesi della triade e i massoni non hanno prodotto grandi risultati. L'unica pista interessante sembra essere quella relativa ad un intreccio di aziende, capannoni e immigrazione clandestina. La Xiao Lao Confezioni di propriet di Shi Wang ha in affitto un capannone di propriet di un italiano con cui ha anche parecchi rapporti commerciali. Pare che sia in aperto conflitto con un altro connazionale in odore di triade, Zheng Xiu Cai, per motivi non troppo chiari. Comunque malavita, trasporto di merce illegale, forse clandestini. Peraltro circola nell'ambiente la notizia che Zheng Xiu Cai sia lontano da Prato per un affare di notevole entit. Shi Wang, proprietario della Wu&Sun, ha intessuto relazioni con molti altri componenti della lista e sembra essere a capo di una piramide di affari che sono legali soltanto in piccola parte, quella relativa alle confezioni tessili".
Matteo aveva adoperato la parola piramide non a caso. L'elemento simbolico della piramide aveva forse il significato della struttura mafiosa della triade? Non mi risposi ma proposi la mia breve relazione sulle aziende e i rapporti tra massoni e cinesi.
"Il rapporto tra le aziende del fratello primo sorvegliante e quelle cinesi, tra cui l'enigmatica e controversa Wu&Sun rappresentata da un logo piramidale,  l'unico veramente degno di interesse. Mi dispiace dirlo ma credo che Lorenzo Abati abbia pi di un motivo perch lo si debba indagare".
Vidi che Laura si aspettava che potessi raccontare qualcosa in pi sui risultati delle mie indagini e caddi nella trappola del narcisismo. Raccontai una 'non scoperta' che avevo soltanto immaginato come tale durante l'interrogatorio di Marco Guicciardini. Non mi aprii troppo, per.
"Ci sarebbe anche una pista relativa ad una serie di messaggi indecifrabili che il ragazzo autistico mi ha consegnato durante la nostra chiacchierata".
Cercavo di riequilibrare la brutta figura che Danilo mi aveva fatto fare con Laura, definendo il mio interrogatorio del Guicciardini assolutamente inutile ed infruttuoso. Probabilmente, i miei dubbi su quella parte dell'indagine, esplicitati a Carmen, non erano stati rappresentati diversamente a Danilo da sua cognata. Mi piaceva recuperare un po' di punti agli occhi di Laura e esaurii la mia frase sui risultati ottenuti con il ragazzo ospite del centro socio-sanitario del Poderino nell'esclusiva considerazione ed esaltazione di me. Mi ripresi subito.
"Secondo me non possiamo abbandonare l'idea che, oltre alla ritualizzazione degli omicidi, possa esserci anche un interesse banalmente materiale. Lorenzo Abati mi pare indiziato, poich conoscitore della simbologia e, al contempo, intriso di interessi aziendali diffusi e legati al mondo degli orientali pratesi."
Danilo sembrava bere le mie parole, pi che ascoltarle. Si alz dalla sedia e mise mano al portafoglio, sbirciandone il contenuto prima di concludere.
"Da subito, Andrea e Matteo, mettetevi alle costole del primo sorvegliante. Vediamo se il fratello Lorenzo vuole davvero scavare oscure e profonde prigioni al vizio o preferisce ingrassare i cardini della cassaforte contenente il proprio argento".
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28. MANCA UN TASSELLO.
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Entrai in casa e mi diressi verso il frigorifero. Ne estrassi una bottiglia di acqua alla quale mi attaccai senza passare per il bicchiere. Notai che il calendario era ancora fermo a settembre. Lo staccai dal muro e girai pagina. Era gi il tre ottobre. Pensai che la maggior parte degli amori che potevo definire per me importanti avevano avuto vita ad ottobre. Presi il cellulare e chiamai Laura.
"Ciao Andrea. Hai novit?" - disse subito.
Doveva avere il telefono in mano perch la sua risposta fu estremamente rapida. "Nessuna novit ma una curiosit, si" - azzardai.
Avevo agito d'impulso, senza una reale motivazione a sostegno della mia telefonata. Improvvisai una scusa.
"Ho inteso che tu e Danilo vi conoscete da molti anni. Ce una cosa del suo passato della quale ha una certa difficolt a parlare e, francamente, questo tassello mancante mi inquieta. La sua segretaria mi ha accennato a qualcosa senza aiutarmi molto. So che la moglie di Danilo  morta di malattia...". Laura mi interruppe. "No Andrea. Fu uccisa da una banda di malavitosi vicini alla triade per una brutta vicenda di passaporti falsi e schiavit femminile. Era un'assistente sociale particolarmente attiva nella lotta alla prostituzione. Anni fa le donne cinesi esercitavano a casa e non erano visibili per le strade. Ciononostante, era riuscita ad incunearsi nella dinamica che portava quelle disgraziate a prostituirsi in alcuni appartamenti a San Donnino. Fu uccisa a colpi di machete. La polizia riusc a ricostruire l'accaduto senza mai trovare i colpevoli. Danilo ne rimase sconvolto, senza mai mostrare risentimento alcuno per quel popolo. Una grande lezione di civilt".
Ripensai al mio capo, lo immaginai in ginocchio, con la testa tra le mani a piangere un amore spezzato e capii quanta grandezza e quale nobilt d'animo albergasse in lui. Laura taceva dall'altro capo del cellulare. Non riuscii a parlare se non dopo parecchi secondi. "Grazie Laura. Anche per la fiducia accordatami nel raccontarmi questa tragedia".
La sentii rincuorata nella risposta.
"Lo avresti scoperto da solo se tu avessi voluto. Ti ho fatto risparmiare tempo".
Ringraziai e ci salutammo rapidamente. Gettai il telefono sul piccolo tavolino del cucinotto. Per tutta risposta si attiv internet sul sito del Tirreno che titolava "Deposito illegale di rifiuti tessili in mezzo al paese. Il materiale stoccato alla Briglia, dicono i testimoni,  materiale delle confezioni". Il pezzo, a firma di Ilaria Busi continuava: "Ogni mattina, almeno per quindici giorni, un grosso camion  arrivato alla Briglia. Entrava da una stradina stretta in mezzo all'agglomerato di case, cresciuto intorno alla fabbrica Reali ora semidistrutta. Passava dalla piazza della Chiesa e si fermava a pochi metri. Davanti all'ex Filatura Annarosa, anche questo un edificio abbandonato da anni con i vetri rotti e i muri che cadono a pezzi, all'ombra della grande ciminiera, si cominciava a scaricare delle balle di materiale tessile. Alla fine il conto nell'immaginario registro di scarico  stato di 350 "presse". E a contarle tutte  stata la polizia provinciale di Prato, in collaborazione con la municipale di Vaiano, che ha sequestrato, in via preventiva, l'ex filatura e denunciato un uomo, un pratese, per stoccaggio abusivo di rifiuti. Il fascicolo  ora in mano alla Procura della Repubblica. Le presse in questione non sarebbero quelle tipiche di abiti usati che, a Prato, conoscono bene i cenciaioli, bens quelle che contengono resti della lavorazione delle confezioni. Di fatto, lo stesso materiale che viene ritrovato nei sacchi neri. E comunque senza i documenti necessari, almeno in base all'indagine che ha portato alla denuncia della persona che ne gestiva lo stoccaggio. Senza la documentazione che traccia il rifiuto dal momento in cui esce dall'azienda che lo produce, non si pu rientrare nel consueto e oggi complicatissimo, dal punto di vista amministrativo, riciclo delle fibre che ha portato la citt a diventare leader mondiale nella produzione di cardato, lana riciclata. Il pratese denunciato arrivava sempre a bordo di auto con targa straniera ma insieme al camion e, in base alle testimonianze, agli autisti e a un ragazzo, di colore, che si occupava del lavoro di pulizia dopo che il materiale era stato scaricato. Il gruppo arrivava sempre la mattina presto, al sorgere del sole. Un comportamento che ha dato nell'occhio in un luogo che sembra una zona industriale abbandonata ma che, in realt,  un paesino. La persona denunciata aveva avuto gi un'analoga denuncia per un deposito abusivo a Viaccia. Qui a fine settembre, sempre la polizia provinciale, aveva sequestrato un deposito con 350 balle perlopi stoccate in un grande piazzale. Ad ora non risulterebbe che l'imprenditore denunciato abbia aziende attive per lo smaltimento, la raccolta e la lavorazione di rifiuti mentre gli immobili, entrambi di propriet di un anziano industriale in pensione, non sono legati a societ attive. Non mancano per alcune domande oggi senza risposta, legate al motivo per cui in entrambi i casi i depositi erano luoghi estremamente fatiscenti ma in zone abitate e dove, quindi,  assai difficile passare inosservati. Ci fa pensare che esistano altri depositi, pi nascosti, in cui astrattamente potrebbero essere stipati materiali di scarto non esattamente innocui". Lessi tutto il pezzo e considerai come fosse semplice, nell'era della deregolamentazione dei controlli, fare impresa. Poteva essere un'attivit redditizia smaltire illegalmente materiale di scarto. Considerai anche che molti potevano essere i capannoni ormai abbandonati dalla produzione ad essere riconvertiti in deposito e stoccaggio illegali di rifiuti. Lessi anche l'altro articolo a supporto del primo, sempre a firma di Ilaria Busi, in cui un imprenditore cinese dichiara, con estrema schiettezza, come lo smaltimento dei rifiuti sia troppo costoso.
Ritengo che questo modo illegale di smaltire i resti della lavorazione dei tessuti sia dovuto ai prezzi eccessivamente alti dello smaltimento regolare. Costi che le piccole aziende dell'indotto, quelle che lavorano per conto terzi, non potrebbero mai permettersi. Io ad ora ho fatto un contratto con un'azienda specializzata, ovviamente regolarissima e pago 0,12 euro al chilogrammo.  una cifra alta anche per me che ho un'azienda grande, figurarsi per le piccole realt dell'indotto del pronto moda". Prezzi alti ma, in base a quanto sostiene la dirigenza della municipalizzata, ci sarebbe anche il problema della tracciabilit: la quantit di rifiuti  proporzionale alla quantit prodotta e, quindi, farebbe emergere anche la parte di lavoro nero". Ecco che si arrivava al punto: nessuno aveva un reale interesse a fare emergere il fenomeno, poich dal suo occultamento ne derivavano condizioni favorevoli per tutti i soggetti interessati dall'affare. Da una parte gli imprenditori, che cos evitavano che potesse essere fatto risalire il corretto e reale volume di affari dal materiale di scarto, dall'altro, chi trasportava il rifiuto a prezzo calmierato rispetto a quello della municipalizzata. Infine, anche i proprietari dei capannoni sfitti potevano beneficiare dell'utilizzo degli stessi in cambio di un po' di denaro. Ovviamente, tutto ci al netto delle tasse che, evidentemente, venivano scambiate per il male assoluto, pi del vertiginoso incontro degli interessi malavitosi di imprese orientali con proprietari italiani di capannoni in disuso. Tutto sotto l'egida discreta di una mafia tosco-cinese i cui contorni e limiti dovevano essere ancora chiariti e definiti. Sempre che a qualcuno davvero interessasse andare fino in fondo a quella storia, senza escludere nessuno dalle indagini. Io, per esempio, avrei indagato su tutti se me ne fosse stata data l'occasione e la possibilit. Misi quindi a fuoco un dato che mi era suonato strano quando verificavo gli incroci degli interessi dei massoni pratesi con alcune ditte cinesi. Alla lista mancavano infatti due nomi sui novantasette disponibili. Il mio era uno dei due. Sbobinai la registrazione dell'interrogatorio a Marco Guicciardini e mi misi a ricontrollare la lista dei nomi dei fratelli massoni per verificare l'identit dell'altro assente. Rimasi interdetto dal risultato.
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29. IL DISAGIO DELL'EX MOGLIE.
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La mattina seguente inizi con una telefonata che non potei evitare.
"Ciao Marina, sono Andrea" - esordii. "Ciao Andrea, come stai?" -rispose, con una domanda che non mi parve retorica.
"Ciao amore mio dolcissimo", avrei voluto continuare. Mi censurai.
"Avrei bisogno che mi passassi un'informazione ma preferisco non utilizzare il cellulare per chiederti questa cortesia".
La mia ex moglie non aveva piacere di vedermi. In pi di una circostanza mi aveva palesato il fastidio, o meglio il disagio, che provava per la mia presenza. Infatti, non disse niente e temetti volesse troncare la comunicazione. Mi ripresi.
"Naturalmente verrei a trovarti in ufficio, alla motorizzazione a Gonfienti; non intendo vederti al di fuori delle mura protette del tuo posto di lavoro".
Una notte, in preda al demone dell'alcol e pieno di rabbia l'avevo aggredita. Era stata la fine evidente di un rapporto che non esisteva pi secondo i canoni codificati dell'amore, del buon senso e della civilt. Quella notte, per, avevo definitivamente dimostrato di non essere un compagno di vita all'altezza della difficile sfida della condivisione della prospettiva del futuro. Avevo scaraventato una vita di attenzioni amorevoli e una relazione complicata dal mio alcolismo nelle profondit della rupe della disperazione e della violenza pi meschina. Da allora avevo smesso di bere ma senza che ci avesse minimamente lenito la rabbia portentosa che mi agitava. Mi ero tenuto lontano da lei fintanto che fummo costretti a rivederci per firmare le carte del divorzio. A quella soluzione eravamo giunti gi da tempo, pensando fosse la via per salvare quel poco di anima che la nostra relazione ancora non aveva consumato.
"Dai, ne ho bisogno per capire cosa sta succedendo relativamente agli omicidi dei due cinesi e del pugliese con le dita mozzate" - la incalzai. "E a te cosa ne viene di sapere queste cose?" - rispose fredda ma curiosa. " il mio nuovo lavoro. Faccio l'investigatore privato. Allora, ci possiamo vedere?" - mi affrettai a rispondere.
"Non sono per niente contenta di vederti, ma se proprio non ne puoi fare a meno vieni" - riprese. Infine mi esort: "Ma fai veloce".
Dopo un quarto d'ora ero all'Interporto di Gonfienti, al limite est della citt, teatro di una serie di ritrovamenti archeologici di rilievo che convalidavano le teorie sulle origini etrusche di Prato. I lavori dell'Interporto ricevettero un iniziale ritardo esecutivo per garantire che la soprintendenza archeologica potesse portare avanti i propri scavi. Questi accelerarono in maniera direttamente proporzionale alla carriera della ispettrice archeologa che li supervisionava, occupandosi anche della catalogazione dei reperti che, alla fine, risultarono in quantit inferiore alle attese. La cosa non scandalizz nessuno, tanto meno gli spedizionieri che erano proprietari del lotto e che avevano un interesse materiale evidente affinch l'Interporto potesse lavorare subito e a pieno regime. Furono cos celeri nella costruzione degli edifici che ne costruirono uno in pi per poterlo affittare alla locale Agenzia delle dogane, l'ufficio preposto al controllo delle loro attivit. La coincidenza del locatario col controllore e del locatore col controllato non avevano, anch'esse, suscitato alcuno scandalo.
Parcheggiai non distante dall'ufficio della motorizzazione civile dove lavorava Marina. La chiamai al cellulare per avvertirla del mio arrivo. Scesi dall'auto e scrissi qualcosa su un biglietto che ripiegai e misi in tasca. Tre minuti pi tardi ero nel suo ufficio.
"Vorrei sapere chi  il proprietario dell'auto con la seguente targa: BR621RC" - dissi andando subito al punto.
Era la targa citata da Marco Guicciardini nell'unico nostro incontro. Marina introdusse le lettere e le cifre nel programma del suo terminale e poi mi guard dura negli occhi: "Non mi mettere nella merda come al solito". Sospirai. "Tranquilla, non ne ho n intenzione n motivo".
Lesse il risultato della ricerca: "Intestatario dell'auto  Antonio Monni". Un signore sconosciuto che mi lasci senza fantasia alcuna. Mi guardai nella vetrata a specchi che era posta lateralmente e, sconsolato, mi alzai per togliere il disturbo. Trassi il biglietto che precedentemente avevo messo in tasca e mi avvicinai per porgerlo alla mia ex moglie. Mi fermai di scatto e mi rimisi a sedere. La incalzai mentre mi guardava stupita. "Proviamo a capovolgere le lettere, come se fossimo allo specchio".
Sul foglietto che avevo in mano scrissi la targa ribaltata e lo porsi a Marina. Rimase interdetta per qualche istante. Poi inser i dati che le avevo fornito e mi lesse un nome che mi raggel.
"Danilo Matteucci. L'auto  stata denunciata oggetto di un incendio apparentemente doloso. Riprenditi il biglietto e vai via adesso, ti prego".
Presi il biglietto e uscii dall'ufficio di Marina. Avevo il cuore in gola e sentivo le gambe tremare. Non riuscii a proferire altro che un frettoloso saluto ed un ringraziamento non troppo convinto. Il cervello stava andando a mille e sentivo il brivido della paura e del raccapriccio corrermi lungo la schiena. Guadagnai l'uscita della motorizzazione civile e corsi in auto. Mi misi al posto di guida e cominciai a pensare. Il nome che mancava alla lista dei massoni da indagare, come avevo verificato la sera prima, era quello del maestro secondo sorvegliante Danilo Matteucci. L'auto che Marco Guicciardini aveva visto trasportare e poi depositare il terzo morto nei pressi della struttura per la salute mentale Poderino era quella di Danilo Matteucci. Auto che aveva provveduto a farsi bruciare mentre era in mia compagnia - quale miglior alibi? - al ristorante cinese di ritorno da Firenze. Danilo Matteucci che aveva indirizzato le mie indagini, e quelle di Matteo Liang, sugli intrecci affaristici ed imprenditoriali tra la comunit cinese ed il fratello primo sorvegliante Lorenzo Abati. Danilo Matteucci che aveva nascosto il proprio odio per gli orientali della triade, assassini della propria moglie mai condannati, indossando una maschera di rispetto verso l'alterit etnica e culturale, inappuntabile per quanto falsa ed ipocrita. Danilo Matteucci che non aveva esitato ad infilare Carmen, sua cognata, nel mio letto per meglio controllare le mie indagini. Danilo Matteucci che era latore di un interesse che non comprendevo ma che, nonostante ci, non lo escludeva dall'essere l'artefice dei tre omicidi rituali. Troppi elementi oscuri facevano riferimento a Danilo Matteucci. Continuavo per a non comprenderne i moventi profondi. La vendetta per l'uccisione della moglie? Perch aspettare tanti anni prima di vendicarsi? E poi vendicarsi di chi? Di un'intera comunit? Oltre a ci, il pregiudicato pugliese non sottostava di certo alla logica apparente della vendetta. Provavo a pensare di essermi sbagliato, che non potesse essere Danilo, il mio amico fraterno, ad avere contemporaneamente architettato gli omicidi e le indagini sugli omicidi.
Ripresi il biglietto su cui avevo scritto, ribaltandola, la targa dell'auto che Marco Guicciardini aveva registrato al momento dello scarico del morto pugliese nei dintorni del Poderino, a Iolo. Lo rilessi: CR126RB. Ripetei a me stesso questo esatto opposto della targa inizialmente trascritta, BR621RC, corrispondente alla propriet di un illustre sconosciuto. CR126RB invece corrispondeva a quella inserita nel terminale di Marina il cui responso era stato inequivocabile: propriet di Danilo Matteucci. Un lampo mi illumin le poche capacit cognitive rimaste dopo la tempesta di emozioni a cui ero stato sottoposto. Avevo dato troppo fiato alla mia vanagloria e un boccone troppo ghiotto al mio narcisismo quando, a Firenze, avevo dichiarato che forse avevo avuto un buono stimolo dall'interrogatorio di Marco Guicciardini. Ricordai lo 	sguardo di Danilo che allora interpretai come incuriosito dalla possibilit di dare sostanza alle indagini. Ora leggevo quegli occhi e quella luce maligna come determinati dalla bramosia di conoscere quanto fossi arrivato vicino alla verit.
Sarei dovuto partire per raggiungere Marco Guicciardini che valutavo in pericolo di morte. Le gambe mi tremavano e non riuscii a premere la frizione abbastanza a fondo da garantire una corretta accensione dell'auto e soprattutto la possibilit di cambiare marcia durante la guida. Cercai di calmarmi. Ripresi in mano il biglietto che avrei voluto lasciare a Marina e lo lessi: "Rimango in casa chiuso, al riparo da come mi muovo nel mondo, troppo scomposto e spesso violento. Rimango ed aspetto che alcuni nodi si possano sciogliere. I percorsi e i tempi hanno i loro totem e le proprie stelle. Ogni sentiero ha l'identit di una traccia gi lasciata da altri. Non scopriamo nulla ma viviamo ognuno il 	nostro codice e recuperiamo le nostre parole nascoste. Tu, invece, me ne hai donate sempre di nuove ed il ricordo di ognuna di quelle mi accende un sorriso. Buon viaggio".
Buon viaggio, mi ripetei. Accesi il motore dell'auto e partii.
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30. L'ANGELO SILENZIOSO  IN PERICOLO.
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Avevo suonato per la terza volta al campanello della struttura del Poderino, localit Montagnole a Iolo. La residenza, di propriet della Fondazione Istituto Santa Rita da Cascia, offriva ospitalit a Marco Guicciardini. Come gli altri utenti affetti dalla sindrome autistica presenti nella struttura, poteva fruire di un servizio sociale e sanitario garantito da operatori, educatori professionali, animatori ed infermieri ma, a differenza di loro, Marco rischiava la propria vita, poich aveva assistito alla deposizione di un cadavere in prossimit della residenza. In pi, la mia leggerezza aveva messo il presunto assassino, il mio amico e fratello di loggia Danilo Matteucci, nella condizione di eliminare l'incolpevole Marco. Stavo per premere per la quarta volta il campanello della struttura sociosanitaria, quando un operatore si affacci dalla porta finestra e mi esort a qualificarmi.
"Sono un amico di Marco. Avrei bisogno di vederlo un attimo" - mi sbrigai a rispondere.
"Un amico di Marco?" - mi rimand - "Mi pare che tu sia un mio amico, invece!".
Misi meglio a fuoco la figura dell'operatore e riconobbi il mio compagno di liceo Massimiliano Niccoli. Credo fossero almeno quindici anni che non lo vedevo.
"Ciao Massi" - mi affrettai a dire.
Massimiliano aveva ancora il suo proverbiale cespuglio di capelli riccioli in testa. Era cambiato il colore, ormai quasi completamente bianco, nonostante avesse raggiunto poco pi che quarantanni. Assomigliava decisamente ad un comico genovese che da qualche tempo si era messo ad insegnare alla politica come fare, o non fare, politica. Mi venne incontro, senza aprire il cancello della struttura, e alla fine mi dette la mano.
"Come stai?" - domand.
Piegai la testa a sinistra. Mi aveva fatto notare Marina che ci avveniva quando stavo per dire una menzogna banale e facilmente riconoscibile come tale.
"Sto benone. Grazie. Spero altrettanto per te" - sorrisi stiracchiato.
"Ascoltami Massi," - ripresi quasi concitato vista la situazione - "ho bisogno di sapere come sta Marco e se qualcuno  venuto oggi a fargli visita. Ho motivo di credere che sia in pericolo".
Massimiliano mi squadr senza dare troppo peso alle mie parole, quasi fossero deliranti come quelle che probabilmente ascoltava durante l'esercizio della sua professione di operatore sociosanitario. Evidentemente, poi valut il mio linguaggio del corpo abbastanza eloquente da prendermi sul serio. Si permise una battuta.
"Come va con il bere?".
Passai la mia mano sinistra sul volto. Trovai la concentrazione giusta e forse anche il tono adeguato alla situazione per rispondere.
"Massi, ho smesso di bere da diversi anni. Sto bene e ti vedo in gran forma. Mi fa piacere che tu abbia scelto di mandare a fare in culo la grande distribuzione e che ti dedichi all'assistenza e alla cura degli autistici. Tra questi c' anche Marco che rischia, prima, che lo scannino, poi, che gli taglino tre dita. Saprai che l'altro giorno ha assistito allo scarico di un cadavere qua dietro. Ecco, magari per questo motivo gli faranno le penne. Adesso sai tutto. Mi dici come sta Marco, cazzo?".
Massimiliano non si scompose.
"Marco non c'. Non dovrei dirtelo e quindi, per rispetto della legge sulla privacy, non te lo dico". Stavo perdendo la pazienza. Massimiliano lo	intu.
"Come non ti posso dire che  andato a casa del fratello a San Giusto, in via delle Gardenie. Numero civico 33, come gli anni di Cristo, come il	numero che ti chiede di pronunciare il dottore da cui ti invito ad andare. Ciao Andrea. Ci rivediamo tra altri ventanni. Nel frattempo vai anche a fare in culo, stronzo".
E cos, visibilmente arrabbiato, si volt e torn verso l'ingresso della struttura. Venti secondi dopo ero dentro la mia auto, col motore acceso e la quarta marcia gi ingranata. Da Iolo a San Giusto il tratto di strada non  eccessivamente lungo da percorrere. Passai lateralmente al campo nomadi di Iolo e proseguii sulla tangenziale. Non potevo lamentarmi del traffico. Non c'erano mezzi che ingolfassero la via per raggiungere il mio testimone inconsapevole, a rischio di vita per una vicenda che niente aveva da spartire con il suo silenzio autistico. Pensavo a Marco come ad un eremita dello spirito, un angelo silenzioso, rinchiuso in una santit esclusa dal mondo. Ascoltavo il mio pensiero correre in discesa verso il desiderio di vederlo messo in salvo dal pericolo di morte, a cui era stato costretto per avere assistito alla deposizione di un cadavere assassinato nelle vicinanze della struttura in cui era ricoverato. Disgraziatamente aveva anche visto la targa del veicolo da cui era stato scaricato il cadavere. Veicolo di propriet del mio amico e fratello Danilo, l'assassino seriale colpevole di tre omicidi rituali. Svoltai a destra, giunto alla rotonda che immette sulla strada declassata. Accelerai fino a raggiungere l'uscita per via di Reggiana, strada principale del quartiere San Giusto. Costeggiai l'ingresso delle scuole medie superiori che, l'una accanto all'altra, accolgono la maggior parte degli studenti pratesi. Infilai via delle Gardenie e parcheggiai in un posteggio per soli residenti. Scesi dall'auto e cominciai a leggere i numeri civici delle palazzine, tutte uguali, che a partire dalla fine degli anni Cinquanta erano state costruite secondo un piano razionalista che poco aveva concesso all'estetica. Al contempo, tutto appariva geometricamente funzionale a rinchiudere la comunit in celle di un alveare che, in quanto tale, alludeva alla produzione e alla laboriosit. Strozzai una bestemmia in gola non riuscendo a trovare il civico 33. Poi lo intravidi, al limite di una delle tante corti della strada del villaggio Gescal, quartiere in cui avevano trovato albergo e residenza gli operai negli anni Sessanta e tanti immigrati extracomunitari in epoche successive. Numero civico 33. Cercai il campanello col nome Guicciardini e decisi di suonare quello accanto: Daud Al Masri. Qualcuno apr e mi infilai dentro. Salii un piano, un secondo, e gi avevo il fiato grosso. Sul pianerottolo comparve un bambino con occhi grandissimi. Dalla porta da cui si affacciava con uno sguardo curioso e colorato di nero si propagava un odore forte di curcuma e cipolla. Mi squadr e chiuse rapido l'ingresso di casa sua. Non gli piacqui, evidentemente, poich sconosciuto e trafelato. Portai la mia attenzione sull'ingresso dell'altro appartamento. Vidi il campanello su cui campeggiava il cognome della famiglia che cercavo: Guicciardini. Scelsi, dunque, di scendere al piano inferiore e chiamai il 113: "Mi chiamo Danilo Matteucci". Mentii, come se fosse possibile occultare la mia identit, nonostante la tracciabilit del numero cellulare dal quale stavo chiamando la polizia.
"Mi trovo in via delle Gardenie 33. Secondo piano. Sto per entrare nell'appartamento di Guicciardini. Credo che due persone siano in pericolo di vita".
Chiusi la comunicazione e cancellai l'ultima chiamata effettuata. Salii al piano superiore e mi posi di fronte alla porta di casa. Sfilai dal portafoglio la carta fedelt per l'accumulo dei punti spesa di una libreria fiorentina. Era la scheda pi flessibile che avevo con me. Sentii vibrare in tasca il mio cellulare. Immaginai potesse essere la polizia. Non risposi e feci scorrere la carta laminata della libreria nello spazio fra la porta e il telaio, all'altezza dello scrocco. La porta era vecchia e non blindata. La spinsi quanto possibile con la mano sinistra; con la destra, invece, inclinai la carta fino al punto in cui il lato corto della scheda quasi toccava la maniglia. Sentii che la carta aveva agganciato lo scrocco della serratura e che lo stava spingendo verso l'interno della porta. Piegai di nuovo la carta, che sentii quasi cedere, nella direzione opposta e spinsi la porta verso l'interno dell'appartamento. Si apr. Vidi solo buio ed entrai. Chiusi sbadatamente la porta dietro di me. Feci qualche passo nell'appartamento. Attraversai un breve e stretto corridoio che decisi di percorrere nel suo ramo di sinistra. Da una porta vidi comparire con incedere cauto una figura maschile che non tardai a riconoscere. Aveva gli occhi spalancati ed una espressione folle. Era completamente lordo di sangue. La bocca si apriva e si chiudeva in uno spasmo crudele e il passo sincopato verso di me mi obblig con le spalle al muro. Osservai il mio amico Danilo mentre sollevava le mani verso di me. Mi scostai dal muro e mi preparai a colpirlo con un pugno. Furono attimi di terrore prima che potessi vederlo vomitare un fiotto di schiuma rosso sangue e assistetti al suo rovinare a terra. Non ebbi tempo per rimanere sorpreso. Vidi solo il sipario nero del buio calare di fronte ai miei occhi.
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31. I TRADITORI ESCONO DAL BUIO PROFONDO.
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Quando riaprii gli occhi mi trovai legato ed immobile. I polsi erano fissati ai braccioli di una sedia. Le caviglie e le ginocchia erano costrette alle zampe della seggiola. Sentivo un fastidiosissimo ronzio alla testa. Pensai stesse sul punto di esplodermi, per quanto forti erano le pulsazioni che mi battevano la scatola cranica come fosse un tamburo.
"Non avrei creduto che saresti stato cos sciocco da entrare in casa senza avere comunicato la tua posizione alla polizia. Mi rendi le cose molto pi facili!"
Riconobbi subito la voce ma stentai a metterla in relazione con il volto e la persona. Troppo mal di testa, troppa paura e confusione per potermi concentrare.
"La tua ultima telefonata fatta  di svariate ore fa, ad una certa Marina. Sei stupido ed arrogante come ogni uomo" - mi sibil alle spalle.
Gir intorno alla sedia su cui ero stato immobilizzato. Mi tir uno schiaffo in pieno volto e mi sput in faccia. Rise sguaiatamente. Misi a fuoco la donna che mi si era parata davanti. Con le gambe leggermente divaricate ed il busto piegato verso di me, Carmen mi guardava con lo	sguardo ebbro di odio e carico di follia. Ebbi di nuovo paura e tentai di divincolarmi. Mi assest un pugno in piena faccia, scorticandomi il	labbro superiore che sentii gonfiarsi. Alz lo sguardo dietro alle mie spalle e incoraggi qualcuno.
"Prepara il cianuro, Shi; e cominciamo a purificargli il corpo per il sacrificio".
Sentii armeggiare alle mie spalle. Guardai con sfida la mia carnefice che sembrava rapita come da un'ispirazione sacra.
"Danilo mi aveva tormentato senza ritegno. Mi insidiava quando mia sorella era ancora in vita. Ucciderlo e sacrificarlo non  stato solo un rito di purificazione;  stato soprattutto un atto di giustizia. Faremo scomparire il suo corpo, affinch le colpe dell'eccidio ricadano su di lui. La polizia non impiegher molto a giungere alle stesse conclusioni
a cui sei giunto tu. Credevi che il sacerdote della strage fosse Danilo,?
Annuii rapito dalla sorpresa e dallo spavento. Adesso ero arreso di fronte a Carmen.
"Abbiamo lasciato in vita Marco Guicciardini, perch la polizia possa interrogarlo come hai fatto tu ma abbiamo dovuto sacrificare quel debosciato del fratello" - disse spingendomi con la mano il volto verso destra.
Sul pavimento giaceva il corpo esanime di Guicciardini. Gli occhi sbarrati e la mano sinistra amputata delle tre dita mi fecero sobbalzare. Carmen rise di nuovo. Sembrava godere della mia paura.
"I nostri sono riti di purificazione. Smembriamo i corpi dei nostri sacrificati. Separiamo le tre dita dal resto della materia, fintanto che  viva. Vogliamo privare il corpo dal simbolo della vostra insulsa alleanza. La triade per un verso e la massoneria per altri motivi sono la pece escrementizia della comunit".
Vidi passare una piccola accetta di metallo sopra la mia testa. Carmen la impugn e continu a parlare con tono pacato.
"La morte violenta  la pi contaminante di tutte, sia per chi muore sia per chi uccide. La contaminazione provocata dall'omicidio  estremamente pericolosa, perch pu attivare un ciclo di vendetta. Noi, per, purifichiamo quella morte separando il corpo dalle tre dita e ponendo una piramide al fianco del cadavere. Non potevamo evitare i sacrifici per ristabilire un contatto con Dio. Dovevamo ringraziarlo per la ricchezza che ci stava concedendo. Dobbiamo difendere la nostra ricchezza dagli sciacalli e preservare il nostro spirito innocente e semplice. Noi dobbiamo evitare il male che devasta la vita degli uomini".
Sentii afferrarmi la mano sinistra e liberarmi il polso dal legaccio di plastica che lo aveva tenuto fermo al bracciolo. Mi voltai verso colui che mi aveva afferrato la mano. Vidi il volto di Matteo Liang, il colosso cinese che mi aveva aiutato a recuperare una grossa cifra di denaro a Trento e con cui avevo incontrato l'antropologa Laura Zanin. La professoressa aveva invano tentato di mettermi in guardia verso i riti sacrificali e gli omicidi seriali. Sobbalzai.
"Grazie Shi Wang" - disse Carmen.
Mi ricordai quel nome: Shi Wang. Era tra i sospettati fautori dell'istituzione di una triade parallela, dedita allo sfruttamento della prostituzione e al commercio illegale. Matteo Liang era il nome di copertura del ben pi temibile Shi Wang, sacerdote anch'egli di un rito sacrificale al quale stavo per essere sottoposto. Carmen ricevette dalla mano enorme di Shi una fiala che avevo capito contenere il cianuro con cui sarei stato ucciso come i miei predecessori.
"Perch tutti questi morti?" - domandai. La mia voce non aveva tremato.
Carmen appoggi sul tavolo del salotto del Guicciardini la piccola accetta di metallo.
"Abbiamo scelto di convertire i vecchi capannoni in discariche di scarti di lavorati tessili. Danilo mi aveva intestato diversi capannoni in varie parti della citt. Credeva che ci potesse lenire il dolore per la perdita di mia sorella, sua moglie. Credeva che ci potesse farmi dimenticare la sporcizia del suo corpo sul mio".
Fece una pausa. Digrign i denti e impugn repentinamente l'accetta, avvicinandola alla mia faccia.
"Ho conosciuto, grazie ad un'amica, Shi ed altri ricchi trafficanti di clandestini che stavano acquisendo capannoni e magazzini lasciati in disuso. Insieme a loro e ad altri piccoli imprenditori italiani abbiamo costituito una rete di piccole discariche in cui fare macerare gli scarti delle lavorazioni. Abbiamo presto capito che poteva essere un buon metodo per utilizzare gli spazi lasciati vuoti dalla produzione. Abbiamo riconvertito gli spazi del lavoro in discariche di materiali di scarto che in molti preferiscono occultare alla municipalizzata e quindi al fisco. Purtroppo qualcuno ha cominciato a fare il furbo. Altri si sono messi ad indagare. Zheng Xiu Cai  stato il primo ad intuire il nostro traffico ed  stato il primo sacrificato. Lo abbiamo depositato in piena Chinatown, perch fosse chiaro, anche alla triade, che potevamo arrivare a colpire chiunque, anche membri importanti dell'organizzazione orientale. Con lui abbiamo ucciso suo fratello, lasciato a marcire nel parcheggio del supermercato".
Carmen sembrava mossa da una sacra missione. Shi serr con maggior forza la mia mano al tavolo.
"Il pugliese aveva tentato di ricattarci. Lo utilizzavamo per trasportare il materiale di scarto delle lavorazioni dalle nostre discariche di fortuna ad altre che abbiamo trovato in altre parti del sud della Toscana. Il deficiente voleva alzare il prezzo delle sue prestazioni. Credeva di averci in pugno. Il suo corpo lo abbiamo scaricato io e Shi alle Montagnole a Iolo, utilizzando la macchina di Danilo. Abbiamo fatto tutto la sera prima che andaste a Firenze dall'antropologa. Ovvio che fin da quella sera eri condannato".
Mi parve di vedere Carmen muoversi in un baleno. Assistetti cos al taglio netto del mio dito indice sinistro. L'adrenalina non mi permise di sentire dolore ma urlai per l'orrore di vedere il sangue schizzare dal moncherino. I secondi successivi mi parvero immersi nel liquido oleoso e fangoso dell'incubo. Shi mi cinse la falange rimasta sana con un laccio emostatico e mi applic del ghiaccio sulla ferita. Non opponevo resistenza. Mi sentivo vinto dalla situazione sacrificale della quale ero diventato vittima. Sentivo crescere il dolore alla mano e contemporaneamente la follia ammantarmi mente e spirito. Vedevo la mia fine ad un passo dalla mia incerta e delirante esistenza. Tutto era perduto. Danilo ucciso nel macabro rituale, io stesso ormai prossimo a cedere ad una fine immotivata. Avevo sempre pensato al mio come a un tempo di pace in cui mi ero illuso di vedere sfiorire lentamente la mia esistenza. Il dolore al dito della mano saliva di intensit. Lo schifo per la mutilazione raggiunse il suo apice quando vidi Carmen, nell'ombra del salotto, afferrare il moncherino del mio dito indice. Lo port alla bocca e mim l'aspirazione del fumo come fosse il mozzicone di un sigaro toscano. In quel momento sentii battere dei forti colpi alla porta ed urlai aiuto con tutto il fiato che avevo in gola. Mi agitai come un folle e scalciai senza riuscire ad ottenere altro che il sobbalzo della sedia a cui ero legato. Un colpo forte come un boato annunci il venire gi della porta dell'appartamento. Sentii gridare.
"Fermi o sparo".
Carmen, che intanto aveva di nuovo afferrato l'accetta, sollev l'arma sopra la propria testa. Sentii esplodere dei colpi di pistola. Vidi accasciarsi la donna. Altri colpi, forse due o tre. Udii un rantolo arrabbiato provenire dal mastodontico cinese.
"Controlla quello sulla sedia" - fu l'ordine impartito.
Mi si avvicin qualcuno ma non feci in tempo a considerare altro se non lo sciogliersi del mio dolore in un buio profondo. Svenni.
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32. IL SILENZIO OSTINATO DEI TRADITORI.
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Secondo giorno dell'anno 2014. Sono passati tre mesi dagli omicidi che hanno sconvolto le comunit italiana e cinese di Prato. Rileggo il titolo su La Nazione del 6 ottobre 2013: "Gli omicidi rituali coprivano il traffico illegale di rifiuti.". Poi scorro il sottotitolo: "Una banda di italiani e cinesi capeggiati da una donna dietro il mistero delle mutilazioni delle tre dita". Rileggo la ricostruzione giornalistica ed il commento del capo redattore Piero Franceschini. Mi sono portato quel giornale all'appuntamento che ho rimandato per troppo tempo. Il dito indice della mano sinistra  andato perduto ma spesso ho l'impressione che sia sempre l. La chiamano sindrome dell'arto fantasma.  la sensazione anomala della persistenza dell'arto, dopo che lo stesso  stato amputato. Altrettanto spesso provo dei fortissimi dolori che curo con alcuni farmaci che mi vengono consegnati con parsimonia alla farmacia interna dell'ospedale. Carmen e Shi sono stati uccisi nello scontro a fuoco con la polizia avvenuto nell'appartamento del fratello di Marco Guicciardini. Marco  stato ritrovato a oscillare su se stesso nella sua cameretta dell'appartamento a San Giusto. Apparentemente non ha registrato molto dei drammatici fatti occorsi in quei giorni ma lo psichiatra che lo ha in cura, supportato da quello scelto dagli inquirenti,  riuscito a fargli raccontare quanto aveva visto il giorno del deposito della terza vittima sacrificale alle Montagnole a Iolo. Marco pare che abbia descritto l'automobile di Danilo ma non ha mai raccontato chi fossero coloro che avevano scaricato il morto. Nella ricostruzione giornalistica di Piero Franceschini appare evidente la stigmatizzazione del traffico illegale di rifiuti quale causa scatenante dei delitti. Emerge in positivo la figura di Zheng Xiu Cai per il tentativo di fare venire a galla la verit sul traffico di rifiuti. Allo stesso modo, vengono esaltate le persone di Danilo e del sottoscritto, quali oppositori ad un sistema di malavita organizzata. In realt l'intera vicenda non ha nulla di eroico o memorabile. Ha invece il sapore amaro del fiele e dell'aceto. Avevo infatti provato a ripercorrere il mio ultimo periodo e avevo notato come questo fosse caratterizzato esclusivamente dalla dinamica odiosa del tradimento. Danilo aveva tradito la moglie e Carmen lo aveva ripagato con la stessa moneta uccidendolo. Shi Wang aveva finto i panni di mio alleato assumendo l'identit di Matteo Liang per meglio controllare i miei spostamenti. Aveva cos tradito la mia buona fede e quel poco di amicizia che ero stato in grado di regalargli. Nella mia breve parentesi trentina avevo conosciuto due truffatori che tradivano la fiducia delle loro vittime. Sul filo del tradimento coniugale si era svolta anche la mia prima indagine. Avevo scoperto che il mio amico sindacalista Lupo aveva una relazione extraconiugale con una dirigente dell'unione industriali cittadina ed io avevo tradito l'amicizia di Lupo, consegnando le fotografie dei loro incontri al marito della donna. Avevo per capito che l'unica maniera di fermare la spirale ossessiva e tragica in cui sembrava avvilupparsi l'effetto del tradimento fosse quella di lasciarsi andare alla descrizione della propria assurda e colpevole debolezza. Soltanto nella descrizione degli eventi era possibile trovare la soluzione per porre termine al dolore provocato dal sentirsi colpiti da chi si credeva esserci vicino.
La mia mente adesso  lucida e non soffro pi di attacchi di panico. Una volta compresi, i motivi che li scatenavano sono scomparsi. Avere tradito il mio amico Lupo aveva messo in seria discussione la mia identit e gli attacchi di panico erano stati l'avvertimento di un pericolo che avrei corso, se non fossi venuto a capo dell'indagine pi difficile che avrei potuto condurre: quella su me stesso.
Oggi chiudo il cerchio e provo a restituirmi un po' di tranquillit. Vedo arrivare a piedi il mio amico Lupo. Lo sto attendendo sul lungarno fiorentino, a pochi metri dall'appartamento di sua madre, quello in cui incontrava la dottoressa Coppola. Lo saluto brevemente. "Ciao Lupo". Risponde asciutto. "Ciao Andrea".
Gli porgo la macchina fotografica digitale. Nel piccolo schermo vede la fotografia con cui lo avevo ritratto mentre baciava la donna.  pomeriggio tardi, fa freddo ma non accenna a piovere. L'aria  pesante e tesa. Lupo mi restituisce la macchina fotografica. Tace e sembra volersi rannicchiare nelle spalle che lo rendono curvo e visibilmente stanco. Lo guardo ancora un attimo e poi mi decido.
"Sono stato io.  il mio nuovo lavoro, faccio la spia a pagamento. Sono un investigatore privato a nero". Lupo non parla. Lascia partire
un gancio che mi prende in pieno volto, lacerandomi la parte interna della guancia destra.  mancino e mi prende di sorpresa ma non avrei comunque tentato di frenare la sua ira. Sento il sapore ferrigno del sangue invadermi la bocca. La ferita fa il suo dovere. Taccio mentre vedo Lupo allontanarsi da me e da questa brutta storia di tradimenti. Mi accarezzo i baffi mentre muovo qualche passo verso la mia automobile parcheggiata poco distante. Sento vibrare il cellulare. Sto aspettando la certezza dell'ultimo tradimento. Per giorni, nelle settimane successive alla sparatoria a casa dei Guicciardini a San Giusto, avevo provato a chiamare la professoressa Laura Zanin. Il suo cellulare, per, risultava spento o non raggiungibile. Stessa cosa al suo studio e all'universit, da cui mi dicevano essersi congedata repentinamente, senza una motivazione. Era scomparsa.
Mi ero ricordato di una strana incongruenza tra il racconto di Carmen, che descriveva la propria sorella e moglie di Danilo uccisa da una malattia, e quello di Laura che invece mi parlava dell'omicidio della donna determinato da una brutta storia di tratta di clandestini, prostitute e mafia cinese. Quella incongruenza, ed in particolare il racconto di Laura, mi avevano fatto propendere per considerare Danilo colpevole delle morti rituali. Da quella convinzione era scaturita la mia folle corsa verso la casa dei Guicciardini, dove mi aspettavo di trovare lui nel suo ruolo di carnefice. Lo trovai invece vittima e, come me, accorso per salvare Marco Guicciardini da morte certa.
Rispondo al cellulare.  la persona che aspettavo.
"Ciao Andrea, sono Tamanini. Ho i risultati della breve ricerca di cui mi avevi chiesto. La professoressa Zanin ha mentito, sapendo di mentire. La moglie di Danilo  morta di cancro. Era giovane e la malattia ha avuto facilmente e rapidamente la meglio su di lei. Mi dispiace. A questo punto non  impossibile pensare che a capo dell'organizzazione ci potesse essere la professoressa. In fin dei conti era la pi lucida e, peraltro, appare improbabile che fossero Carmen e Shi a gestire la complessit del sistema. Comunque,  certo che ti abbia ingannato. Un brutto tradimento il suo, sufficiente a intrappolarti in una dinamica mortale".
Ringrazio e saluto, senza perdermi in troppe parole, ma prima di riagganciare l'avvocato mi ricorda l'impegno del giorno successivo.
"Andrea, ricordati che domani dobbiamo ritrovarci dal notaio per firmare la costituzione della societ di gestione della Global Security".
"Bene. A domani" - alla fine riesco a dire per concludere. Ho voglia di solitudine.
L'avvocato ha rilevato la quota di maggioranza della Global Security ed io metter impegno, professionalit e lavoro nella societ di cui far parte. Questo, per, accadr domani. Oggi rimango ancora appeso alla mia piccola ma determinante vittoria personale. Oggi mi accarezzo la guancia tumefatta dal pugno di Lupo. Oggi guardo il moncherino del dito della mia mano sinistra.  il testimone di una brutta storia. Mi indica con la sua assenza il segnale di un'importante conquista. Ho incontrato il mio amico e ho confessato il mio tradimento. Ho abbattuto il muro della vergogna ed ho protetto la mia mente dall'ipocrisia e dalla malattia. Pi di tutto, per, ho rotto per sempre il silenzio ostinato dei traditori.
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FINE.